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U.G.  
Liberarsi delle Illusioni
Nuove conversazioni con U. G. Krishnamurti

Prezzo: € 12,00
Pagine: 307 - Formato 13,5x20,5
ISBN 13: 9788876160134
Prima edizione: Luglio 2004
Traduttori: Maria Luisa Quintavalle

Titolo Fuori Catalogo - NON DISPONIBILE


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Il pensiero e le riflessioni di U. G. ci mettono di fronte a una visione del mondo così anticonformista da lasciare di stucco; Liberarsi delle Illusioni ci permette di incontrare un uomo che ha rotto tutti gli schemi e modi di pensare abituali. Ricchissimo di famiglia, pur avendo incontrato e studiato dal famoso maestro Krishnamurti, se ne allontana alla prima occasione perché si ritiene limitato da quella scuola di pensiero. Inizia così un percorso che lo porta a concludere che non c’è nessun sé da realizzare e non c’è nulla da cambiare o trasformare. Tutti i tentativi messi in atto per liberarci dalla morsa del pensiero non fanno che perpetuare il sé, intrappolandoci sempre di più; tutti gli sforzi che compiamo per migliorarci mediante la rinuncia, il pensiero positivo o negativo, la conoscenza, la meditazione, la ricerca spirituale o religiosa, le riforme sociali, politiche non fanno che rafforzare il sé: l’unica libertà possibile è quella di liberarsi dell’idea stessa di libertà. Tecniche o metodi non possono portare alla trasformazione degli individui, dato che comunque il pensiero ha un enorme controllo su di noi.
Il cervello non crea nulla, è solo un reattore che reagisce agli stimoli, non è un creatore ma un contenitore di spazzatura, incapace di risolvere i problemi, mentre i pensieri sono il risultato dell’attività dei neuroni nel cervello e non sono altro che memoria, di nessun aiuto per noi.
L’illuminazione non esiste e chi dice di averla ottenuta è solo un ciarlatano. Le antiche tecniche di meditazione, lo yoga, il tantra, tutte le religioni hanno fallito il loro scopo altrimenti oggi non ci troveremmo nella sgradevole situazione in cui siamo, infatti se tutto ciò che affermano fosse vero, oggi vivremmo in un mondo migliore e felice.

Il pensiero di U.G. è devastante come un fuoco selvaggio. È talmente potente da farci abbandonare illusioni e fantasticherie varie indirizzandoci verso vite semplici, colme di pace e prive di lotte e conflitti.


Indice:
Introduzione 5


Capitolo I: Il pensiero irrazionale di U.G. Krishnamurti,
a cura del Dott. T.R. Raghunath 19
Capitolo II: Niente da trasformare 43
Capitolo III: Qual è il senso della vita? 75
Capitolo IV: Ognuno crea la propria realtà 89
Capitolo V: Il pensiero religioso è responsabile
della tragedia umana. Intervista con U.G. 111
Capitolo VI: La ricerca acuisce la separazione 139
Capitolo VII: Che tipo di essere umano vogliamo? 171
Capitolo VIII: Le costruzioni mentali che preludono
al sesso e all’amore. Conversazione con un sessuologo 213
Capitolo IX: Lasciate il corpo in pace.
Conversazione con un fisico 247
Capitolo X: È la paura e non l’amore a tenerci uniti.
Conversazione con uno scienziato 263
Capitolo XI: U.G - Finzione o realtà? 289

Estratto:
Il pensiero irrazionale
di U.G. Krishnamurti
Dott. T.R. Raghunath,
Dipartimento di filosofia McMaster University Canada



Non sono un antirazionale, sono solo un irrazionale.
Ognuno è libero di estrapolare un significato razionale
dalle mie affermazioni o dal mio modo di comportarmi,
ma di sua e non di mia iniziativa.
— U.G.


Swami senza veste

L’ Universo è il tuo Ashram
il tuo pianeta il tuo Stupa
L’umanità i tuoi adepti
La Verità il tuo Dio
L’amore il tuo essere
Dissolvere il tuo pensiero
Negare te stesso
mentre ti fondi nel tutto.



U.G.Krishnamurti è ben noto nei circoli spirituali come un individuo atipico, enigmatico e un iconoclasta. È stato da più parti e a giusta ragione descritto come un “anti-guru”, un “saggio infuriato” e persino come il “Don Rickles”1 dei santoni. Rudra ambulante, sferra attacchi verbali al cuore più profondo della realtà, forzando le mura inespugnate della cultura umana, senza risparmiare antiche tradizioni, istituzioni consolidate e pratiche, per quanto ipocrite esse siano. Mai come in questo caso, le fondamenta della civiltà umana sono state oggetto di critiche tanto acerrime ad opera di un signore di settantatre anni chiamato U.G..
A differenza di J. Krishnamurti, U.G. non tiene conferenze davanti al grande pubblico, non rilascia interviste ai VIP, né tanto meno scrive un diario o appunti e non esprime i suoi “commenti” sulla vita. U.G. è circondato da un’aura di informalità atipica anche se autentica. Non è necessario chiedere l’influente favore di un “devoto” o di un “assistente” per incontrarlo e parlare con lui. In qualsiasi luogo si trovi, le sue porte sono sempre aperte a chiunque voglia incontrarlo. In netto contrasto con la maggior parte dei santoni contemporanei, U.G. non sembra operare alcuna distinzione tra i suoi visitatori in termini di ricchezze, posizione, casta, razza, religione o nazionalità.
Nonostante i suoi 73 anni, continua a viaggiare in tutto il mondo mosso dagli inviti degli amici. I suoi spostamenti “migratori” gli hanno permesso di conquistarsi un circolo particolarmente devoto di amici in più parti del mondo, tra cui la Cina (uno dei pochi paesi a non aver ancora visitato), dove è in circolazione la traduzione del suo maggior successo editoriale, L’inganno dell’illuminazione, testo pubblicato per la prima volta nel 1982 (pubblicato in lingua italiana da Macro Edizioni). Una seconda opera, Mind is a Myth (N.d.T., La mente è un mito), pubblicata nel 1988, è altrettanto conosciuta dal pubblico disilluso dalla cricca dei santoni. Un terzo testo Thought is Your Enemy (N.d.T., La mente è tua nemica) è stato pubblicato di recente. Queste opere sono il frutto della compilazione di trascrizioni delle conversazioni che U.G. ha avuto in tutto il mondo. In modo alquanto incredibile, U.G. non pretende i diritti d’autore sulle opere scritte, spingendosi fino ad affermare che: «Ognuno è libero di riprodurle, distribuirle, interpretarle, fraintenderle, distorcerle, alterarle, comportarsi come meglio crede, arrogandosene persino la paternità senza il mio consenso o il permesso di chicchessia», atteggiamento che dubito abbia un precedente nella storia. I comportamenti di U.G. si conformano a quelli della natura e, come questa, anch’egli non pretende alcuna paternità sulle sue creazioni.
U.G. non si arroga il diritto di impartire alcun “insegnamento spirituale” perché se così fosse, un tale insegnamento presupporrebbe la possibilità di un cambiamento o di una trasformazione negli individui mediante l’offerta di tecniche o metodi tesi a tale scopo. «Tuttavia non impartisco insegnamenti, perché metto in discussione l’idea stessa di trasformazione. È mia convinzione che in noi stessi non vi sia nulla da trasformare né da cambiare. Ed è per questo motivo che non possiedo un arsenale di tecniche o di pratiche di meditazione», sostiene. Anche se non esiste in realtà alcun “insegnamento spirituale” nel senso più ampio del termine, nel suo corpus di affermazioni, che si arricchisce di giorno in giorno, appare indiscutibile l’esistenza di una “filosofia”, “filosofia” che resiste a qualsiasi tentativo di incasellamento all’interno di tradizioni filosofiche consolidate, orientali o occidentali, e di sicuro interesse di studio. L’importanza di U.G. è tale da non dover essere relegato tra gli “orfani” di J. Krishnamurti o tra i primi scismatici di Bhagwan Rajneesh (per usare le sue stesse espressioni) e merita l’attenzione critica da parte di tutta la comunità filosofica e, in modo particolare, dell’India dove le tradizioni di tutte le generazioni passate pesano come un macigno sulla memoria dei vivi.
Il termine “irrazionale” descrive meglio di qualunque altro il tipo di approccio filosofico di U.G., poiché questi non è interessato a offrire alcuna soluzione ai problemi. Piuttosto la sua preoccupazione è affermare che la soluzione risiede nel problema stesso! Come spesso afferma: «Le domande scaturiscono dalle risposte che già possediamo». L’origine delle domande si trova nelle risposte che abbiamo desunto dalla nostra tradizione, risposte di certo non originali, poiché se così fosse, esse non persisterebbero né in forma mutata né immutata. Tuttavia, le domande persistono. Infatti, nonostante tutte le risposte desunte dalla tradizione, l’uomo si pone ancora domande su Dio, sul senso della vita e così via. Quindi, secondo U.G. il problema è rappresentato dalle risposte stesse. La risposta vera, ammesso che ne esista una, consiste nello smantellamento di risposte e di domande desunte dalla tradizione.
L’approccio di U.G. è “irrazionale” in un altro senso. Egli, infatti, non utilizza alcuna affermazione logica per parlare di domande, basandosi su ciò che io definisco metodo di risoluzione della domanda nei suoi bisogni psicologici costitutivi, dimostrando che un simile bisogno psicologico non ha alcun fondamento. Ad esempio, si consideri la questione di Dio. U.G. non è interessato in argomentazioni logiche a favore o a sfavore di Dio, risolvendo la questione nel bisogno costitutivo ad esso sotteso di piacere o di felicità permanente. U.G. afferma pertanto che il bisogno di piacere o di felicità permanente è senza fondamento perché non esiste alcuna permanenza. Inoltre, tale bisogno è privo di fondamenti fisiologici in quanto il corpo non è in grado di sopportare alcuna permanenza. A tal proposito U.G. afferma:
Dio o Illuminazione è piacere assoluto, felicità continua, e in quanto tale non esiste nulla del genere. Il desiderio di qualcosa che non esiste è la base stessa del problema. La trasformazione, la moksha e concetti simili sono solo varianti dello stesso tema: la felicità permanente. Il corpo non sarebbe in grado di sopportare a lungo un piacere continuo perché ne verrebbe distrutto. Desiderare uno stato fittizio di felicità permanente è in realtà un problema neurologico grave.
Un ulteriore esempio è rappresentato dal problema della morte. U.G. respinge tutte le speculazioni sull’“anima” e sull’“aldilà”, sostenendo che niente all’interno di noi stessi potrà reincarnarsi dopo la morte. «All’interno di noi non vi è altro che paura», afferma. E tiene a sottolineare che il bisogno di continuità dello “sperimentatore”, sottinteso nelle domande sulla morte, non ha alcun fondamento, sostenendo che:
La nostra struttura esperienziale non può concepire eventi di cui non faccia esperienza, pretendendo persino di controllare la propria dissoluzione. Pertanto si chiede che cosa sia la morte e cerca di proiettare la sensazione di come sarà il non sentire. Tuttavia, per prevedere un’esperienza futura, la nostra struttura ha bisogno di conoscere un’esperienza passata analoga sulla quale basarsi come riferimento. Non è possibile ricordare che cosa significhi la non esistenza prima di essere nati, così come non è possibile ricordare la propria nascita. Ecco perché l’uomo non ha basi per proiettare la propria non esistenza futura.
U.G. rifiuta inoltre molti dei presupposti dei filosofi della ragione. Quando dichiara che «chi affermò che l’uomo era un essere razionale ingannava se stesso e tutti noi» è ad Aristotele che pensa. U.G. sostiene che il motore delle azioni dell’uomo è il potere e non la razionalità, e afferma che la razionalità è uno strumento di potere in sé. L’approccio razionalista si basa sulla fede nella capacità del pensiero di trasformare la condizione umana. U.G. sostiene invece che la fede nel pensiero è mal riposta. È sua convinzione, infatti, che il pensiero sia uno strumento di divisione e in definitiva di distruzione perché il suo unico interesse è la propria continuità attraverso la trasformazione di tutto in un mezzo di perpetuazione. L’unico funzionamento da esso concepito è in termini di separazione tra il cosiddetto sé o ego, e il mondo. Tale divisione tra un sé illusorio e un mondo in contrapposizione risulta in definitiva distruttiva perché provoca l’esaltazione del “sé” a spese di tutto il resto. Da qui, comunque, la pericolosità di tutto quanto sia generato dal pensiero. Il pensiero non è in grado quindi di trasformare la nostra condizione, né U.G. ravvisa in alcuna facoltà spirituale, quale l’intuizione o la fede, uno strumento salvifico, descrivendo l’intuizione come nient’altro che una forma sottile e raffinata di pensiero. In quanto alla fede, questa non è che una forma di speranza senza alcun fondamento.
U.G. fa invece riferimento a un’intelligenza innata o naturale dell’organismo vivente. L’“intelligenza” acquisita dell’intelletto non è degna avversaria dell’intelligenza innata del corpo. È questa intelligenza che opera negli straordinari e complessi sistemi del corpo. Per comprenderne la natura basta esaminare il sistema immunitario. U.G. sostiene che l’intelligenza innata del corpo non ha alcun collegamento con l’intelletto e pertanto non può essere utilizzata o diretta alla risoluzione dei problemi creati dal pensiero né tantomeno è interessata alle macchinazioni di questo.
Il pensiero è nemico dell’intelligenza innata del corpo, e ostile al suo funzionamento armonioso perché trasforma tutto in un meccanismo di piacere, assicurando in tal modo la propria continuità. La ricerca di permanenza è inoltre un altro modo attraverso il quale il pensiero ostacola il funzionamento armonioso del corpo. Secondo U.G., a lungo andare, il bisogno di piacere e di permanenza distrugge la sensibilità del corpo, che non è interessato alla permanenza. Il suo sistema nervoso, infatti, non è in grado di gestire stati duraturi, siano essi piacevoli o dolorosi. Tuttavia il pensiero ha proiettato l’esistenza di stati duraturi di pace, felicità o estasi per garantire la propria continuità. Esiste pertanto un conflitto fondamentale tra i bisogni della “mente” e del pensiero, e il funzionamento del corpo.
Tale conflitto non può essere risolto dal pensiero, anzi qualsiasi tentativo di risolverlo non fa che aggravare il problema. Ciò a cui occorre porre fine è l’interferenza ingannevole del meccanismo del pensiero che si autoalimenta, la quale, va da sé, non può essere risolta dal meccanismo stesso. U.G. sostiene che tutte le tecniche e le pratiche finalizzate a porre fine o a controllare il pensiero sono inutili perché sono esse stesse prodotti di quello e mezzi per la sua perpetuazione.
L’approccio razionalista è inoltre legato al concetto di causalità che U.G. rifiuta in quanto obsoleto, affermando che gli eventi sono in realtà scollegati l’uno dall’altro e che il pensiero è responsabile della loro interconnessione proprio per mezzo di tale concetto. Non vi è modo invece di sapere se esiste davvero un rapporto di causalità in natura. Per questo motivo, U.G. è portato a rifiutare non solo l’idea di un creatore dell’universo ma anche l’ipotesi del Big Bang, sostenendo che l’universo non possiede né causa, né inizio, né fine.
Su questo punto, sembrano esistere alcuni punti di contatto con il pensiero buddista. Anche i buddisti, infatti, rifiutavano l’idea che il mondo avesse un inizio, ma condividevano la visione che tutti i fenomeni avessero una causa, mentre U.G. respinge tale visione, sostenendo senza timori l’idea di fenomeni acausali. Naturalmente, U.G. non è buddista, rifiuta le quattro nobili verità, l’ottuplice sentiero, l’obiettivo del Nirvana e i metodi della meditazione buddista, spingendosi sino a considerare Budda uno stupido per aver intimato ai suoi adepti di diffondere il “Dhamma” ai quattro angoli della Terra. La malvagità dei suoi missionari è stata pertanto creata da quel “pazzo”!
U.G. perora inoltre la non esistenza di un’entità denominata “sé” indipendente dal processo razionale, negando l’esistenza di un “essere pensante” ed ammettendo solo il “pensiero”. L’uomo pensa che debba esistere un “essere pensante” anche se non ha alcun modo di saperlo. Ciò che esiste è solo un movimento del pensiero. U.G. non riconosce una netta distinzione tra sentimento o emozione e pensiero. Persino la percezione e le sensazioni sono permeate di pensiero. Quando utilizza l’espressione “meccanismo del pensiero”, la intende nella sua accezione più ampia. U.G. accorda un ruolo centrale alla memoria, che ne condiziona il movimento. Infatti, egli sostiene che il pensiero non è altro che un meccanismo della memoria e nega l’esistenza di una coscienza indipendente o “vijnana skandha” dei buddisti.
In un accesso magistrale di dialettica negativa, U.G. sostiene che non esiste né osservazione né comprensione del pensiero perché non esiste soggetto né osservatore indipendente da essa. La divisione tra pensiero e soggetto o osservatore indipendente è un’illusione creata dallo stesso pensiero. Il risultato è solo un altro processo di pensiero sul “pensiero”. Rifiuta pertanto tutte le disquisizioni sull’osservazione o sulla consapevolezza di un processo del pensiero, come nient’altro che insulsaggini, facendo terra bruciata intorno a coloro che praticano la meditazione Vipassana.
Nell’ontologia di U.G. non vi sono entità come “mente”, “anima” e “sé”. «L’“io” non ha altro status se non grammaticale» afferma U.G., nulla più che pronome di prima persona singolare, una convenzione e forma del discorso. «La domanda Chi sono? è idiota», osserva U.G. in riferimento al metodo di autoindagine di Ramana Maharshi che, è opportuno dire, U.G. incontrò intorno al 1939. Alla domanda del giovane, U.G.: «È in grado di darmi l’illuminazione», il saggio di Arunachala rispose: «Io sono in grado di dargliela ma lei è in grado di riceverla?». Il giovane U.G., tronfio, disse tra sé e sé: «Non c’è nessun altro capace di riceverla meglio di me» e se ne andò! U.G. afferma che la risposta di Ramana non si discostava molto da quella di molti altri e che non lo colpì affatto. Al contrario fu disgustato da ciò che egli descrive come “la cieca arroganza” di Maharshi! U.G. non vi fece mai più ritorno. In riferimento alla terribile e dolorosa morte di cancro di Maharshi, U.G. afferma seccamente che il “cancro tratta santi e peccatori alla stessa stregua”. È vero, anche se sarebbe interessante sapere se santi e peccatori trattano il cancro allo stesso modo.
Secondo U.G., la domanda “Chi sono?” presuppone l’esistenza di un “io” sconosciuto diverso dall’“io” generato in qualche luogo da due individui chiamati genitori, sposati o non sposati, e che ha desunto tale domanda da un libro. U.G. nega il valore di tale affermazione. Il processo del pensiero è incessante e mutevole. Il cosiddetto “io” rinasce a nuova vita in ogni momento con la nascita di un nuovo pensiero. L’idea di una psiche o di un sé immortale o permanente è unicamente un concetto prodotto dal pensiero. Gli obiettivi spirituali e psicologici non hanno alcuna base né fondamento. Che cos’è che raggiunge la cosiddetta illuminazione? Che cosa si realizza o si trasforma? Che cosa raggiunge la felicità? “Assolutamente niente” risponde U.G.. Questi obiettivi sono proiezioni del pensiero e nulla più per consentire la propria continuità.
U.G. sostiene che questo processo del pensiero che si autoalimenta può essere interrotto, anche senza che ciò significhi uno stato assolutamente privo di pensieri. È sua convinzione che l’ideale di uno stato di questo tipo sia una delle tante mistificazioni di cui sono rimasti vittime gli Indù. Egli afferma che quando il meccanismo del pensiero che si autoalimenta viene meno, non rimane altro che un modo armonioso di funzionamento dell’organismo vivente, nel quale i pensieri vengono generati e si dissolvono secondo un ritmo naturale e in risposta a una richiesta. Pertanto il problema è rappresentato dal processo continuo del pensiero e non dal manifestarsi dei pensieri in sé. Nello “stato naturale” (in base alla descrizione di U.G. relativa allo stato di funzionamento del corpo libero dall’interferenza del pensiero), i pensieri non rappresentano un problema. Non sto dicendo che in questo stato non vi siano ad esempio, pensieri sensuali, ma che essi non rappresentano un problema. Infatti, in tale stato non ci interessa più sapere se i pensieri siano “buoni” o “cattivi” o se ve ne siano tout court. U.G. afferma: «Forse ti chiederai: come può quell’uomo avere un pensiero sensuale? Non vi è nulla che egli possa fare per eliminare un pensiero del genere o per lasciare che tale pensiero venga messo in pratica. Quel pensiero non può rimanere, non esiste continuità, né costruzioni mentali. Dopo aver capito di cosa si tratta, finisce lì. A quel pensiero se ne sostituisce un altro».
La morte del pensiero come meccanismo che si autoalimenta comporta, nel caso di U.G., anche la “morte” del corpo. Ci si chiede se si tratti di una sorta di stato di samadhi o trance del corpo. La storia spirituale dell’India è ricca di esempi di mistici che hanno subito questo stato di samadhi del corpo. Ramakrishna, ad esempio, era solito entrare in uno stato spesso accompagnato dalla totale interruzione della respirazione e del battito del cuore. Sembra che il suo medico personale, il dottor Sarkar, rimanesse sconvolto da un tale fenomeno. Un altro esempio straordinario è rappresentato da Ramana Maharshi, che visse un’“esperienza di morte” all’età di diciassette anni, “esperienza” che culminò, in base al suo racconto, nella consapevolezza dell’Atman. Anche Ramalingam, mistico Tamil del diciannovesimo secolo, sembra aver vissuto il samadhi del corpo. La “morte” e il rinnovamento conseguente del corpo che questo stato di samadhi comporta potrebbe essere stato il punto di partenza della sua incredibile affermazione di aver superato la morte del corpo. Il santo Tukaram in una delle sue canzoni afferma di aver visto la propria morte attraverso la grazia della sua deità. Pertanto, negli annali della storia spirituale indiana esistono comunque precedenti alla “calamità” di U.G., per utilizzare il termine che egli stesso utilizza per descrivere la sua esperienza. E con questo non si vuole di certo negare che la “calamità” di U.G. sia un fenomeno unico.
U.G. sostiene che nel suo caso, il corpo ha subito una “vera e propria morte clinica”. Egli afferma: «Era una morte fisica e non so che cosa mi abbia riportato in vita. Non sono in grado di dire nulla perché la persona interessata non c’era più». L’esperienza risale al 1967 quando U.G. si trovava in Svizzera, poco dopo essersi reso conto che la sua ricerca dell’illuminazione era l’elemento che gli impediva di ricongiungersi al suo stato naturale. Questa scoperta fu come un fulmine a ciel sereno che significò lo smantellamento del pensiero come processo che si autoalimenta. Nei sei giorni successivi, il funzionamento del corpo subì una serie di modifiche. Il settimo giorno morì. Quando ritornò in vita, era tornato bambino e dovette ripercorrere il processo di apprendimento di tutti i termini necessari per il funzionamento dell’universo.
U.G. svuota il fenomeno da qualsiasi contenuto religioso o mistico, sottolineando che si è trattato solo di un fenomeno fisiologico. Insiste anche nel dire che si può parlare solo di fenomeno acausale. Non vi sono tecniche spirituali o fisiche in grado di produrlo. Ribadisce inoltre che è capitato a lui malgrado tutte le sadhanas o pratiche spirituali che ha svolto. Ricordo che quando gli chiesi come potesse essere sicuro che non fosse avvenuto proprio grazie alle sue sadhanas, mi disse che aveva scoperto che si trattava di qualcosa che non aveva alcun rapporto con le finalità che si propongono tali pratiche. U.G. aveva scoperto che lo stato nel quale si era “imbattuto” non aveva nulla a che vedere con la felicità, la beatitudine o il silenzio dovuto all’assenza di pensiero, a onniscienza, onnipotenza o altro. Si trattava piuttosto di uno stato fisico sconvolgente che consentiva il funzionamento indipendente di tutti i sensi al massimo delle loro capacità, liberi dall’interferenza deformante del processo disgiuntivo del pensiero. L’esperienza non comportava il raggiungimento dell’onniscienza. Si trattava di uno stato di non-conoscenza, nel quale il bisogno di sapere aveva smesso di esistere, con assenza di felicità o estasi, accompagnato da una tensione fisica e un dolore lancinante ogni qualvolta si producevano “accessi di energia” nel corpo come conseguenza dello smantellamento del meccanismo di autoalimentazione del pensiero. Né si trattava di uno stato inattivo e inerte di “silenzio della mente”, ma piuttosto del silenzio successivo a un’eruzione vulcanica, carico dell’essenza di tutta l’energia sprigionata.
Scoprì inoltre che tale stato non poteva essere condiviso con altri. Poterlo condividere presuppone infatti la divisione del sé dagli altri e la consapevolezza che si ha qualcosa da offrire. Ma per U.G., in tale condizione, non esiste alcuna divisione tra “sé” e l’“altro”. Né gli è mai capitato di pensare di essere divenuto un illuminato e che gli altri non lo fossero, o di aver qualcosa che questi non possedevano, anzi si è reso conto che in realtà non aveva nulla da offrire né da comunicare a nessuno.
U.G., quindi, mette in discussione la legittimità dell’idea del guru, o autorità spirituale, che è centrale alla tradizione spirituale indiana, affermando che se una persona raggiunge tale stato non può ergersi ad autorità perché non ha alcun modo di confrontare la sua condizione con quella degli altri. Proprio perché essa comporta l’assenza di un soggetto indipendente, non può essere trasmessa a nessuno. Pertanto, U.G. afferma che non vi sono in realtà basi fondate che sostengono che l’illuminazione o moksha possa essere raggiunta attraverso il contatto con un guru illuminato o un maestro.
Vi è inoltre un’altra ragione alla base del suo rifiuto dell’autorità spirituale. Egli afferma infatti che ogni individuo è unico. Anche se esistesse qualcosa di simile all’illuminazione, questa sarebbe unica per ciascun individuo. Non esiste una struttura o modello di illuminazione cui tutti gli individui devono adeguarsi perché ogni qualvolta essa si verifica è unica. Il tentativo quindi di imitare la “realizzazione spirituale” dell’altro, idea che presiede a tutte le pratiche spirituali, è fondamentalmente errato. Ciò vale anche per qualsiasi tentativo di rendere la propria “realizzazione spirituale” un modello per gli altri, ragione per cui U.G. è critico nei confronti della maggior parte dei maestri spirituali della storia. Questi, infatti, hanno tentato di trasformare in modello quanto è accaduto a se stessi, e questo semplicemente non va fatto. Se l’“illuminazione” è unica per ciascun individuo e se si tratta di qualcosa che non può essere condiviso né trasmesso agli altri, il fondamento stesso del concetto di guru viene a cadere.
La critica di U.G. nei confronti dell’autorità spirituale è piuttosto importante in un’epoca nella quale dilagano guru che si sono rivelati padroni di schiavi manipolatori e mercenari. La sua critica acerrima dello sfruttamento e delle pratiche commerciali spacciati per spiritualità è sinora incontrastata. Il caso di Bhagwan Rajneesh, Muktananda e di Da Free John, per citare solo alcuni nomi di un numero che sarebbe altrimenti infinito, tutti ritenuti colpevoli della peggior forma di autoritarismo, abuso sessuale nei confronti delle loro sfortunate vittime e di frode finanziaria nonché di raggiro, dà man forte agli avvertimenti di U.G. nei confronti di guru e di altri maestri religiosi. U.G. sembra possedere l’“autorità morale”, se così si può definire, per dissacrare guru e maestri religiosi perché non ha ceduto alla tentazione o alla pressione di costituire un’organizzazione o un’istituzione per preservare e diffondere il suo pensiero, cosa a cui anche lo stesso J. Krishnamurti non è rimasto immune. Al contrario, questi era ossessionato dall’idea di preservare e di diffondere il suo pensiero nella sua “purezza originaria”.
Una delle affermazioni più radicali e sbalorditive di U.G. è che la ricerca dell’illuminazione, della salvezza o moksha è causa della più grande miseria o sofferenza. U.G. sostiene che è la peggiore duhkha (N.d.T., sofferenza) di tutte! Nella ricerca di questo fine inesistente imposto dalla cultura, l’uomo si è sottoposto alle più severe torture fisiche e psicologiche. U.G. considera perversi tutti i tipi di ascetismo o negazione di sé. È perverso, a suo avviso, torturare il corpo o privarsi di bisogni fisici elementari, nella speranza di provare esperienze spirituali. La tortura perturba radicalmente il metabolismo del corpo causando le allucinazioni considerate alla stregua di grandi esperienze spirituali. «Tutte queste visioni ed esperienze spirituali nascono da perturbazioni del metabolismo corporale», dichiara U.G., sostenendo che le esperienze indotte dal controllo della respirazione o pranayama non sono altro che prodotti dell’interruzione del flusso di ossigeno al cervello. Le lacrime che scorrono sulle gote dei devoti o bhaktas sono effetto di una funzione naturale dell’occhio in risposta a un processo fisiologico. «Non si tratta di lacrime di devozione o di bhakti, ma di una semplice risposta alla sollecitazione fisiologica autoindotta», osserva U.G.. Che dire poi della castità? U.G. considera il desiderio una funzione degli ormoni del corpo. Non si può affermare che esista l’assenza assoluta di desiderio del corpo umano, altra scempiaggine diffusa in India. Se si deve davvero rinunziare a qualcosa, questo è il desiderio di moksha!
Per U.G., non esiste contrasto qualitativo tra ricerca di valori materiali e ricerca dei cosiddetti valori spirituali. Da qui, il suo rifiuto della divisione tra obiettivi “di livello superiore” e obiettivi “di livello inferiore”. La ricerca di valori spirituali non è in nessun modo superiore alla ricerca di valori materiali. Si tratta di una posizione assolutamente radicale, soprattutto all’interno della tradizione indiana. U.G. sostiene che l’uso del pensiero, un mezzo fisico, per raggiungere l’obiettivo è comune a entrambe le ricerche. Poiché colui che ricerca utilizza il pensiero per ottenere gli obiettivi o i valori che si prefigge, la sua ricerca rientra nei confini di qualcosa di materiale e misurabile. Non vi è nulla di “trascendentale” in questo. Inoltre la ricerca spirituale è altrettanto egocentrica della ricerca materiale. Non vi sono differenze tra l’essere interessati alla propria pace o salvezza o alla propria condizione finanziaria. In entrambi i casi siamo dinanzi a un tipo di ricerca egoistica. U.G. inoltre sostiene che gli obiettivi spirituali sono solo un’estensione illusoria degli obiettivi materiali. Riponendo la propria fede in Dio, crediamo di poter trovare in futuro la sicurezza nel mondo materiale sotto forma di un onesto lavoro o la cura di una malattia o deformità. La fede diventa un mezzo per ottenere fini materiali, ma è solo un inganno. Come afferma U.G.:
Non vi sono obiettivi spirituali: questi non sono altro che l’estensione degli obiettivi materiali in ciò che immaginiamo essere un piano superiore o più nobile. Erroneamente crediamo che perseguendo un obiettivo spirituale trasformeremo miracolosamente gli obiettivi materiali in qualcosa di più semplice e gestibile. Tuttavia ciò è assurdo. Probabilmente pensiamo che solo gli esseri inferiori perseguano fini materiali e che i risultati materiali siano noiosi anche se in realtà i cosiddetti obiettivi spirituali che abbiamo anteposto a noi stessi non sono tanto diversi.
U.G. ha inoltre un interessante punto di vista sulle questioni sociali. Rifiutando la ricerca di permanenza, egli scardina la validità di programmi grandiosi per il bene dell’“umanità”, affermando che il concetto di “umanità” è un’astrazione creata dallo stesso desiderio di permanenza. Il presupposto che esista un’entità collettiva e permanente chiamata “umanità”, posta al di sopra di individui particolari e perituri, non ha alcun fondamento per U.G.. Un programma rivoluzionario quale il marxismo, ad esempio, presuppone che l’“umanità” sia eterna e che un giorno essa potrà godere dei frutti della futura stagione comunista. Questa supposizione non ha alcun fondamento. Al contrario, è molto probabile che l’“umanità” distrugga se stessa in quest’epoca di capitalismo. L’importante è la condizione difficile degli individui hic et nunc, non il “futuro dell’“umanità”. Il rivoluzionario teme la sua caducità e si rende conto che non sarà presente per godere dei benefici di vivere in una società utopica. È per questa ragione che ha inventato un’astrazione come l’umanità, dotandola di permanenza. Come lo stesso sottolinea: «L’umanità, nell’accezione utilizzata, e il suo futuro, non hanno alcun significato per me». Se il bisogno di eternità si esaurisce, il concetto di “umanità” cessa di esistere. U.G. non è contrario al comunismo. Riconosce, infatti, i risultati raggiunti da questa ideologia nel tentativo di rispondere ai bisogni elementari delle masse. Tuttavia, in quanto ideologia politica si è trasformata in un prodotto deforme della precedente struttura religiosa e del pensiero, responsabile di aver seminato solo confusione e dolore. U.G. è scettico su Gorbaciov e ritiene che questi si sia “venduto” all’Occidente. Come egli afferma, ormai ha già dato tutto ciò poteva offrire. I Russi quindi farebbero bene a chiudere questo capitolo. Tuttavia, poiché il potere logora, oggi la sua sola preoccupazione è conservare la poltrona. U.G. invita la Russia a risolvere i suoi problemi all’interno della struttura socialista senza guardare a soluzioni diverse. La mette in guardia inoltre nei confronti di tutti i tipi di sette religiose che cercheranno di riempire il vuoto lasciato dalla caduta del comunismo ingannando le masse.
U.G. è sufficientemente realista da riconoscere che viviamo in un mondo squallido che noi stessi abbiamo creato. Definisce la società una “giungla umana” e ritiene che sarebbe molto più facile sopravvivere in una vera giungla. Come egli stesso afferma: «La nostra società è una giungla che noi stessi abbiamo creato. Non è possibile vivere in questo mondo. Anche se proviamo a cogliere un frutto da una pianta, quella pianta appartiene a qualcuno o a una società». In altri momenti è più esplicito nella sua condanna al sistema patrimoniale: «Quale diritto abbiamo di rivendicare diritti patrimoniali su un fiume che scorre liberamente?», si domanda. U.G. non si fa illusioni sul funzionamento della società e sottolinea che è sostanzialmente interessato al mantenimento dello status quo e non esiterebbe a eliminare qualsiasi soggetto che si ponga come una seria minaccia. Alcune società tollerano il dissenso, ma solo fino a un certo punto. Nessuna società tollererebbe una seria minaccia alla sua continuità. Ne consegue che qualsiasi tentativo di porre fine allo status quo si tradurrà in violenza. «Dobbiamo accettare la realtà sociale che ci viene imposta per ragioni puramente funzionali», afferma U.G..
Devo accettare la realtà della società capitalistica attuale per quanto sfruttatrice o disumana possa sembrare, non perché sia il miglior sistema esistente o perché il suo sfruttamento e la sua disumanità siano irreali, ma semplicemente per pure ragioni di sopravvivenza. L’accettazione ha unicamente un valore funzionale. Nient’altro. Se non accetto la realtà sociale che mi viene imposta finirò in manicomio a cantare allegre canzoncine come un pazzo.
Questa affermazione può celare un errore senza scampo: devo accettare tutti gli aspetti della realtà sociale per sopravvivere e agire in essa? Che cosa significa “accettare” totalmente tutti gli aspetti di questa realtà sociale? Il manicomio è la sola alternativa che ci resta all’accettazione dello status quo che ci viene imposto? Questa accettazione incoraggia la società a diventare sempre più totalitaristica?
Dobbiamo ricordare che la società tollererà il dissenso solo fino a un certo punto e riconoscere la necessità di sopravvivere nella società così come l’abbiamo trovata. Possiamo parlare di società alternative,

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