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HomePage > Sentiero Magico > Scheda libro

Marko Pogacnik  
La Forza di Cristo e il Ritorno della Dea


Prezzo: € 15,00
Pagine: 272 - Formato 13,5x20,5
ISBN 10: 8875073864
Prima edizione: mar-03

Traduttori: Maurizio Martinelli

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Grazie a metodi di ricerca assolutamente inusuali, il geomante e "guaritore della Terra" Marko Pogacnik ha potuto liberare i Vangeli da molte distorsioni e blocchi che impedivano all'umanità di accedere alle conoscenze della "sapienza originaria" in essi contenuti.
Oggi, secondo Pogacnik, l'umanità, nel suo lungo cammino evolutivo, ha raggiunto un punto di svolta decisivo ed è in grado di ricongiungere il potere del Cristo alla Terra per creare, come disse Gesù, il "regno dei Cieli in Terra". «La lettura "pluridimensionale" dei Vangeli che Pogacnik riesce a compiere, grazie alla sua particolare sensibilità extrasensoriale, conferma che ci eravamo dimenticati della matrice sacra di ogni aspetto della vita. Tanti di noi cercano di dare un nome al vuoto causato dal mancato riconoscimento del divino in noi e fuori di noi e trovano le risposte quando, nel silenzio, riescono ad ascoltare la propria coscienza e a comunicare senza parole con gli altri esseri umani e con gli altri "regni" naturali. La Forza di Cristo e il Ritorno della Dea mi ha aiutato a comprendere le ragioni del crescente interesse per gli argomenti spirituali e religiosi: infatti, oggi, la coscienza collettiva dell'umanità è consapevole che vale la pena di salvare il mondo soltanto se si agisce guidati da qualcosa di più del solo istinto di sopravvivenza». Maurizio Martinelli, curatore dell'edizione italiana

Marko Pogacnik ha già pubblicato per Macro Edizioni i titoli: Spiriti di Natura e Esseri elementali e La Rinascita della Terra.


Indice:
Prefazione

Capitolo Uno: Alla ricerca di un quinto Vangelo
Capitolo Due: Sottoposti a test gli strati eterici
dei testi evangelici
Capitolo Tre: Gli archetipi invisibili dei Vangeli
Capitolo Quattro: Sulla realizzazione del Regno
dei Cieli in Terra
Capitolo Cinque: Tracce del femminile
e la voce della natura nei Vangeli
Capitolo Sei: Conversazioni con un Vecchio Saggio
Capitolo Sette: Un sostanziale passo avanti
Capitolo Otto: Modelli di forza paralizzanti
Capitolo Nove: I diversi strati
dell’insegnamento di Gesù
Capitolo Dieci: Chi era Gesù, chi è Cristo
Capitolo Undici: La scoperta dell’archetipo di Cristo
attraverso le culture
Capitolo Dodici: Geomanzia sacrale:
espressione della Forza di Cristo sulla Terra
Capitolo Tredici: Cenerentola:
una fiaba dell’evoluzione umana
Capitolo Quattordici: L’umanità alla luce
delle attuali trasformazioni della Terra
Capitolo Quindici: Alcuni detti di Gesù da contemplare

Bibliografia
Detti di Gesù citati nel libro

Estratto:
UNO
Alla ricerca di un quinto Vangelo
Non è un caso che la mia prima esperienza personale di quella presenza, che nella cultura occidentale viene chiamata Cristo, sia avvenuta a Venezia. Questa città non è soltanto uno dei tanti posti in Europa in cui si è provato a dar corpo alle visioni spirituali del Cristianesimo, creando una rete di chiese e monasteri; qui si aggiunge anche una forte qualità emozionale, che Venezia deve alla onnipresenza dell’acqua: come si sa, questa città unica è stata costruita in mezzo a una laguna marina; i suoi edifici emergono direttamente dall’acqua. Ciò crea un ambiente urbano in cui è possibile un incontro “di cuore” che può scuotere una persona fino alle radici del suo essere.
Per me, l’incontro avvenne come per caso. Il 13 maggio 1989, dopo un prolungato periodo di assenza, visitai nuovamente Venezia per ricollegarmi con i miei posti preferiti, che sono sparsi per tutta la città. Verso sera giunsi anche nella Basilica di San Marco, internamente ricoperta di mosaici dorati, per sperimentare di nuovo la “qualità cuore” del suo spazio. Notai allora che, a sinistra dell’altare, un piccolo cancello, che in passato era solitamente chiuso, adesso era aperto. Il cartello “Vietato l’ingresso” era stata tolto e vidi alcune persone affrettarsi verso il portoncino e scomparire nel buio corridoio dietro la porta.
Subito si destò il mio interesse. Sapevo che il passaggio sbuca in uno stretto cortile dietro la chiesa, che viene aperto al pubblico solo in rare occasioni. Per questo non avevo ancora avuto la fortuna di visitarlo. Nel cortile c’è un gioiello del Rinascimento, la cappella di San Teodoro, realizzata da Giorgio Spavento negli anni attorno al 1490. Supposi che le persone che avevo visto scomparire nel corridoio si stessero affrettando per andare alla messa del vespro in quel posto.
Colsi l’occasione al balzo e andai dietro a loro, anche se non avevo intenzione di fermarmi a seguire la messa. Mi attirava poter solo gettare uno sguardo nella celebre cappella che, per quanto ne sapevo, doveva rappresentare un polo complementare alla Basilica di San Marco. Non mi riuscì comunque di limitarmi a soddisfare semplicemente la mia curiosità, perché nello stesso istante in cui entrai nella cappella cominciò la messa. Rimasi in piedi accanto alla porta, con l’intenzione di aspettare il momento opportuno per ritirarmi e dedicare piuttosto il tempo che mi restava alla visita di altri posti in città. A quel punto, notai che gli occhi delle poche persone, piuttosto anziane, che erano venute alla messa, erano tutti rivolti verso di me, che ero un uomo relativamente giovane. In quell’occhiata era avvertibile una strana speranza, e non riuscii a resistere alla spinta a sedermi e a concedermi al corso del rito.
Mi ero appena adattato all’inattesa situazione, quando mi accorsi che in alto, sopra l’altare, direttamente sotto la volta dell’abside, pulsava una sfera di energia. La sua luce bianca si spargeva nello spazio della chiesa. Più volte distolsi lo sguardo e lo riportai nuovamente su quel punto, per assicurarmi che non si trattasse di un’illusione ottica. Cresceva in me la ferma convinzione che stavo percependo un angelo cerimoniere che accompagnava la messa.
La mia sorpresa fu grande, perché era la prima volta che vedevo ad occhi aperti qualcosa che non esiste sul piano materiale. È vero che già da tempo mi occupavo dei piani invisibili della realtà e che nel frattempo avevo sviluppato una particolare sensibilità personale. Fino ad allora, però, quella sensibilità si era manifestata solo attraverso la capacità delle mie mani di riuscire a “tastare” le forze sottili dell’ambiente e a distinguerle secondo la loro qualità. Adesso, invece, si aggiungeva qualcosa di assolutamente nuovo: una specie di vista interiore, che procedeva parallelamente alla percezione tramite gli occhi fisici.
Su di un piano, potevo osservare i movimenti del prete che celebrava la messa, un uomo molto anziano, al quale evidentemente risultava pesante compiere il suo ufficio. Contemporaneamente, sull’altro piano, potevo percepire la soffice radiazione del nucleo bianco di luce sospeso sopra l’altare. Nel momento in cui il sacerdote fece l’offerta sacrificale del pane e del vino, accadde ancora qualcosa che mi fece stupire. Calando verticalmente dall’alto verso il basso, si manifestò una figura con sembianze umane, con la forma composta da sottili fili di luce. Senza alcuna possibilità di errore, era riconoscibile la figura di Cristo, così come questa si è impressa nella coscienza collettiva della nostra cultura attraverso innumerevoli opere d’arte. E anche più tardi, quando vennero distribuite le ostie, ho percepito di nuovo la sua presenza in mezzo ai fedeli radunatisi attorno al prete. Affermo addirittura di aver visto che quella figura toccava amorevolmente alcuni fedeli, senza che loro se ne accorgessero. Provai compassione per loro, dispiaciuto per la loro rigidità, e al tempo stesso mi sentii felice per loro.
Non mi fu facile adeguare questa esperienza alla mia visione del mondo. Ho imparato a percorrere il mio cammino spirituale autonomamente, senza seguire alcun tipo di istituzione o di movimento. Grazie a una disciplina personale, che ho costruito attraverso l’esperienza diretta, ho sempre cercato, ogni volta, la relazione con il fulcro interiore del mio essere, attraverso il quale riesco, come ogni essere umano, ad entrare in risonanza con tutto il creato. Questa disciplina comporta l’esercizio del silenzio interiore e il lavoro di radicamento personale alla Terra. Non si tratta di seguire forme fisse, quanto piuttosto di un processo che è concepito come costantemente in trasformazione, per potergli dare ogni volta una forma diversa.
Dopo l’esperienza vissuta a Venezia, dovetti ammettere che la forza spirituale, che fino a quel momento avevo associato all’idea della libertà da qualsiasi forma, può fluire anche attraverso una forma istituzionalizzata, che per secoli non ha avuto alcun cambiamento significativo. Fu un’esperienza che mi diede da pensare. In effetti, quando, in seguito, tornai ripetutamente a osservare il rito della eucarestia, la presenza di Cristo in forma umanizzata si tramutava in una pura forma di luce, associata a una particolare qualità emozionale, ma la sua identità era comunque inconfondibile1.
Vivendo queste esperienze, mi convinsi sempre più dell’importanza di queste visioni per il percorso della mia evoluzione personale. Alla fine, calandomi nelle mie meditazioni profonde, cominciai a concentrarmi sulla figura di Cristo che avevo percepito durante la messa. Fu in una di queste occasioni, che essa inaspettatamente emerse, alzandosi al centro del mio cuore e mi parlò. Non sentii le parole, ma sono riuscito a capirle in questo senso: all’epoca in cui la sua forza e la sua conoscenza erano state incarnate e insegnate da Gesù, aveva fatto una promessa, di cui parlano i Vangeli; Cristo sarebbe stato presente con la sua benedizione ogni volta che fosse stato spezzato del pane in suo nome. Questa è la promessa che viene mantenuta ancora oggi. Quello che mi stupì, in questo caso, fu la sensazione di una profonda tristezza che accompagnava la dichiarazione.
Quasi a conferma della mia sensazione, mi venne anche una intuizione, che a parole esprimerei in questo modo: il significato della originaria incarnazione di Cristo tra gli uomini consisteva nel proposito di introdurre una fase nuova nella evoluzione dell’umanità. La caratteristica di questa nostra fase è quella di consentire una evoluzione spirituale autonoma, che non è realizzabile soltanto grazie a un intervento dall’esterno, ma solo se viene sostenuta dall’interno.
La venuta di Cristo “dall’esterno”, come quella che avevo osservato durante il rito della Comunione, ha senso soltanto come supporto temporaneo. Le persone che si concedono - anche se del tutto inconsciamente - l’esperienza della sua presenza nel proprio cuore, vivono un’apertura, un’offerta di potersi unire dal di dentro alla forza di Cristo. Quella tristezza che avevo sentito presente nel messaggio, proveniva dal fatto che noi esseri umani evitiamo di assumere responsabilità e di incarnare di persona, autonomamente, ciò che l’impulso di Cristo ha suscitato.
Personalmente, questa visione mi fece superare il contrasto tra la venuta di Cristo “dall’esterno” e quella “dall’interno”. Mi divenne chiaro che la forza di Cristo può prendere l’una o l’altra strada, per ispirare o per sostenere gli uomini nella loro evoluzione. Dipende solo se siamo pronti o meno a percorrere autonomamente il nostro cammino spirituale. È irrilevante poi se l’aiuto in questo senso viene da fuori o da dentro.
Nell’inverno del 1993, dopo che avevo “visto” i primi spiriti di natura, chiamati anche “esseri elementali”, la mia attenzione, per i tre anni successivi, fu guidata in un’altra direzione. Per essere più preciso: non li ho visti con i miei occhi fisici, ma li ho percepiti attraverso la vista interiore. Come l’esperienza, sopra descritta, della presenza di Cristo, anche le percezioni relative al regno degli esseri elementali erano pervase da una sensazione così profondamente ispirante, che dovetti mettere da parte tutte le mie riserve e le mie incertezze rispetto alla loro autenticità.
Fino a quel momento mi ero occupato della Terra quasi esclusivamente al livello della sua “forza”, cioè dei suoi sistemi vital-energetici. Il loro ruolo consiste nel nutrire la superficie della Terra, incluse tutte le creature che in essa vi dimorano, impregnandola ininterrottamente di forze vitali di vario genere. Fanno parte di questi sistemi, ad esempio, i “centri vital-energetici”, che hanno la funzione di concentrare sotto la superficie della Terra le forze vitali che salgono dalle sue profondità, per distribuirle, nella seconda fase, sul territorio. Questa distribuzione avviene in parte con una emissione a getto di fontana; in parte l’energia viene trasportata e diffusa sul paesaggio attraverso linee di forza, o ley-lines, che sorgono in quel territorio. Queste, partendo dai rispettivi centri vital-energetici, si irradiano sul paesaggio espandendosi a forma di stella.
Se volessi continuare a catalogare i singoli fenomeni di forza della Terra, ci sarebbe da riempire un intero libro, tanto è ricca la varietà dei suoi sistemi energetici2. Con la percezioni degli esseri elementali si aggiungeva ora una nuova dimensione: quella della coscienza complessiva della Terra. Le mie prime osservazioni, non sistematiche e quasi casuali, di spiriti degli alberi o di esseri elementali che ravvivano un fiume o danzano movendosi nello spazio di un paesaggio, hanno acquisito presto lo spessore della convinzione che non si tratti di esseri isolati che popolano i settori di terra, acqua, aria e fuoco del pianeta, bensì di una coscienza globale del pianeta Terra, che provvede al mantenimento e alla crescita di ogni piantina, di ogni singolo animale e persona umana, di ogni montagna e di ogni paesaggio sulla superficie della Terra. Per potere svolgere questa quantità davvero sterminata di compiti, la coscienza globale della Terra viene individualizzata nelle più varie cellule di coscienza, che noi definiamo come esseri elementali o spiriti di natura. Per l’esperienza che ne ho avuto io, una fata non sarebbe un essere individuale come un uomo o una donna, bensì un aspetto individualizzato della coscienza globale della Terra, che si prende cura di provvedere a un determinato ambiente o spazio.
Quanto più si sono allargate, negli ultimi anni, le mie visioni nella pluridimensionalità dei sistemi vitali della Terra, tanto più mi si è chiarito quale ruolo-chiave vi ricopra l’essere umano. Non solo perché abbiamo trasformato la gran parte della superficie terrestre, conformandola alle nostre esigenze e abbiamo edificato superfici gigantesche; non solo perché abbiamo messo in stato di shock interi paesi con le nostre battaglie e le nostre guerre quasi ininterrotte, ma ci siamo addirittura arrogati il diritto di interferire nell’essenza stessa della vita e di attribuire una preminenza esagerata a uno specifico livello dell’esistenza, provocando la totale dimenticanza di altri livelli. Mi riferisco qui ai più volte menzionati livelli sottili della realtà. Abbiamo creato così una visione del mondo caratterizzata da una esclusione della parte prevalente della realtà. Questa visione del mondo non risiede soltanto nelle nostre teste, ma è stata spudoratamente impressa ai sistemi vitali attraverso la nostra attività
su scala mondiale. In breve, noi crediamo che la Terra sia così come noi vogliamo vederla nella nostra visione monodimensionale, trascurando la sua pluridimensionalità.
Chi ha vissuto la forza della Terra, in forma di un terremoto o di una mareggiata, avrà un’idea di cosa significhi una tale violenza esercitata sui sistemi della Terra. Da questa crisi c’è solo una via d’uscita: il cambiamento di coscienza dell’essere umano. Dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento di fondo verso noi stessi e verso i sistemi della Terra. Allora, ne sono convinto, la Terra riuscirebbe con relativa facilità a “saltar fuori” dalle rappresentazioni che le sono state proiettate addosso e inculcate dentro.
Un cambiamento di coscienza dell’uomo – sì; ma quali modelli dobbiamo seguire? Chi può indurre l’umanità a disporsi a un processo di cambiamento, ben sapendo che noi umani propendiamo a non voler abbandonare le strade intraprese, almeno quando si tratta di cambiamenti tanto profondi, quanto quelli a cui abbiamo accennato?
In risposta a queste domande che continuavo a ripetermi, ho ricevuto una visione, attraverso la quale la presenza di Cristo si è annunciata in un altro modo. Accadde nella notte del 17 aprile 1996, mentre dormivo a casa di un amico, dopo aver tenuto una conferenza serale ad Ottersburg, nella Germania del Nord. Attorno alle tre del mattino, mi svegliai di soprassalto e percepii una particolare qualità vibratoria nella stanza. Ci volle un po’ di tempo prima che riuscissi a sintonizzarmi con la presenza sconosciuta, che comunque penetrava ogni atomo del mio essere. Solo allora riuscii a mettere in ordine le mie impressioni e a far emergere immagini interiori.
Era la stessa presenza di Cristo, divenuta ormai inconfondibile per me, dopo le esperienze che ho descritto prima. Questa volta, però, non la percepivo da sola, come un essere unico, ma come se fosse interiormente connessa a una seconda presenza, che si percepiva connaturata con quella del Cristo. La descriverei però come più morbida, femminile. Per descrivere nel modo più semplice la visione, potrei dire che era come se dentro di me e intorno a me fossero presenti due esseri spirituali, che mostravano una certa polarizzazione femminile-maschile, ma allo stesso tempo formavano una totalità unica, in sé compiuta.
Intuitivamente reagii a questa dualità, facendo affiorare nella mia coscienza due nomi: Sofia e Cristo. La mia ragione voleva opporsi, affermando che sarebbe stato più giusto riconoscere nella coppia la madre Maria e suo figlio Gesù. Ma il mio sentimento si rifiutò, facendomi capire che si trattava evidentemente di una sola e unica presenza che, con un ritmo che si avvicendava costantemente, mostrava due aspetti del proprio essere, uno femminile e uno maschile. La relazione madre-figlio indurrebbe una distanza non corrispondente a quella unità che ho percepito.
Mentre questa visione continuava a pulsare dentro e attorno a me, alla luce di quel che vedevo cercai di capire con la maggior precisione possibile il significato di questi due nomi tanto decisivi per la nostra cultura. Se Maria e Gesù sono i nomi che indicano due persone storiche, Sofia e Cristo indicherebbero invece due forze spirituali, che si sono rivelate all’umanità attraverso quelle due persone. Tradotto rispetto al contenuto, Sofia significa “la saggezza che viene dall’inizio originario” e Cristo “l’unto di Dio”. Si tratta di nomi simbolici che indicano l’aspetto femminile e quello maschile del divino, Dea e Dio in uno.
In quel momento mi accorsi come questi pensieri, che salivano in me, mi stessero allontanando dall’esperienza diretta della presenza divina; la mia mente stava cercando di controllare a livello subliminale il suo effetto sulla mia coscienza. La contrastai, lasciando andare i pensieri e aprendomi emozionalmente al pulsare di quella presenza dolcemente avvenente, per lasciar entrare la sua qualità nel profondo del mio essere interiore.
Trascorso un certo periodo - non saprei delimitare la durata della rivelazione - fui preso dalla sensazione di trovarmi sulla soglia di una fase nuova della mia evoluzione personale e sentìì che il contatto che avveniva attraverso la presenza di Sofia-Cristo, cercava di incoraggiarmi a compiere un passo nel nuovo e, allo stesso tempo, mi indicava già l’impostazione del compito della nuova fase. Poi, dato che a me succede come alla maggior parte delle persone al giorno d’oggi, questa ispirazione inizialmente si perdette negli impegni quotidiani dei mesi seguenti. Per essere sincero, mi andava anche bene così, dato che anch’io, seguendo un modello umanamente comune, evitavo i cambiamenti che un simile passo avrebbe portato nella mia vita. Gli eventi, in seguito, mostrarono anche come allora non fossi ancora maturo per compiere quel passo.
Fortunatamente, negli ultimi anni ho potuto prendermi almeno un paio di settimane di vacanza d’estate, da dedicare alla mia crescita personale. Allora mi ritiro con la mia famiglia in una piccola isola rocciosa dell’Adriatico, per meditare sui passi da compiere nella mia evoluzione e per gettare il seme delle mie attività future. Questa volta avrei dato la priorità alla mia relazione con la forza di Cristo - sulla base, appunto, del contatto avuto ad Ottersberg.
Il 12 settembre 1996, mentre stavo preparando una lista degli argomenti su cui volevo tenere delle conferenze nell’anno successivo, mi venne in mente anche il tema “Un quinto Vangelo”. Avevo appena scritto il titolo, quando mi si aggiunsero anche delle parole di spiegazione, benchè non avessi ancora intenzione di dare dei commenti ai vari titoli. La spiegazione che si riversò sul foglio, come di propria iniziativa, diceva: «Non esiste nessun “quinto Vangelo” a se stante. Il quinto Vangelo è intessuto, come una rete invisibile, nei quattro Vangeli che ci sono noti. Esso parla di quello che gli uomini non erano ancora in grado di comprendere ai tempi di Gesù. Solo l’umanità alle soglie del terzo millennio è matura per farlo».
Il messaggio mi ha profondamente ispirato. Volevo subito mettermi alla ricerca del Quinto Vangelo e scrivere un libro in proposito. La notte seguente ricevetti un sogno, che avrei dovuto interpretare come un avvertimento, che mi diceva che non ero ancora abbastanza cresciuto per affrontare un simile compito. Ma nella mia euforia, ero convinto che il sogno volesse mettermi in guardia dai disturbi che certe forze contrarie avrebbero creato, per cercare di distogliermi con la loro azione dal compito che avevo appena scoperto. Mi rammaricai di non aver portato una Bibbia con me sull’isola, per poter cominciare subito, a dispetto di tutti i pericoli incombenti, a decifrare il “quinto Vangelo”.
La parola greca per Vangelo, euaggelion, significa “messaggio che porta salute” e si riferisce al messaggio benefico trasmesso dall’insegnamento e dall’azione di Gesù Cristo in Palestina all’inizio della data della nostra era. Tutte le istituzioni cristiane storiche, sia la chiesa ortodossa, sia la cattolica o la protestante, riconoscono come fedeli alla verità solo quattro testi evangelici. Sono quelli trascritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Questi quattro Vangeli, stabiliti dai primi concilii della chiesa, sono diventati le fondamenta su cui fu costruita la cultura cristiana nei secoli successivi.
Tuttavia, nell’ambito della cristianità, c’è stato sempre il sospetto, fin dai tempi della sua fondazione, che nei quattro Vangeli - che vengono definiti Vangeli canonici - non fosse custodita l’intera verità del messaggio di Cristo. Ci sarebbe un “quinto Vangelo”, in cui viene trasmesso tutto quello che fu dimenticato o escluso. Si possono ascrivere ad esso i frammenti di Vangeli che sono comparsi qua e là sin dal Medioevo. Questi vengono detti “apocrifi”. Nella prima metà del diciannovesimo secolo, a Trieste, Jakob Lorber ha scritto un quinto Vangelo, che chiamò “Il grande Vangelo di Giovanni”3. Circa 20.000 pagine vennero da lui ricevute attraverso la parola interiore e trascritte a mano. Rudolf Steiner pubblicò le sue ricerche scientifico-spirituali sui retroscena della vita e dell’opera di Cristo, sotto il titolo “Il quinto Vangelo”4. In quanto chiaroveggente, poteva leggere direttamente nelle memorie di quell’epoca - nella cosiddetta Cronaca di Akasha - quello che negli scritti non fu riportato. Su questo ha tenuto delle conferenze in tutta Europa, negli anni 1913-1914.
Nel 1945 in Egitto, a Nag Hammadi, fu scoperto il Vangelo di Tommaso, che contiene 114 detti di Gesù, tradotti in Copto. Questo testo evangelico venne sotterrato, assieme a una serie di libri gnostici, presumibilmente nel sesto secolo, da una comunità monastica che viveva nelle vicinanze, per salvare questi scritti dal pericolo di distruzione da parte della chiesa ufficiale.
Quando tornai a casa dalla mia clausura sull’isola, mi gettai subito nella lettura dei quattro Vangeli, alla ricerca dei riferimenti nascosti. Ma non ne trovai nessuno. I modelli testuali dei Vangeli sono costruiti con una logica eccellente e non presentano la minima apertura, attraverso la quale avrei potuto guardare nel loro interno. Era come trovarmi davanti a un muro. La mia fiducia nella intuizione, che ci fosse un quinto Vangelo all’interno della struttura testuale dei quattro Vangeli canonici, veniva messa davvero alla prova.
Quando sembrò non esserci più alcuna via d’uscita, chiesi a mia figlia Ana di aiutarmi. Ana comunicava con esseri angelici da sette anni e avevamo già lavorato insieme svariate volte su progetti di guarigione di città e paesaggi. In queste occasioni, lei si era spesso rivolta a un Angelo della guarigione della Terra, per ottenere l’informazione necessaria sul luogo in cui stavamo intervenendo. Questa volta le chiesi di domandare al suo Angelo maestro, se le mie intuizioni sul Quinto Vangelo avessero senso. La risposta, ricevuta il 15 settembre 1996, diceva:

«I quattro Vangeli sono principalmente dedicati al rapporto degli uomini tra loro, il “quinto Vangelo”, invece, è dedicato al rapporto che il singolo individuo ha con il proprio essere e, solo in conseguenza di questo, anche al rapporto che ognuno ha con l’ambiente. Il “quinto Vangelo” mette al centro l’individuo come persona e non come parte di una moltitudine. A questo proposito puoi apprendere di più da un angelo che è “attivo” in questo campo. È capace di vedere nella evoluzione collettiva e individuale degli Uomini e li aiuta a trovare la propria via spirituale. Come avete compreso anche voi, il “quinto Vangelo” è una fonte importante di ispirazione per l’ulteriore evoluzione dell’umanità. Riguarda un cambiamento nel vostro percorso evolutivo, un grande “passo” avanti, di fronte al quale si trova l’umanità e tutto il creato. A ciò si applica con particolare forza una schiera specifica di angeli, che operano cercando di offrire la loro guida tramite ispirazioni e suggerimenti sul percorso da seguire. L’angelo a cui accennavo prima è uno di loro. Si chiama Michele».

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