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U.G.  
L'Inganno della Illuminazione


Prezzo: € 9,00
Pagine: 116 - Formato 13,5x20,5
ISBN 13: 9788876160158
Prima edizione: Gennaio 2003
Traduttori: Tommaso Iorco

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L’illuminazione è un processo dolorosissimo che porta al cambiamento di tutte le cellule del corpo, non dipende assolutamente dalla propria volontà, né da assidue pratiche spirituali ma si produce per un concorso fortuito di interazioni atomiche.
Questo è ciò che ha sperimentato l’autore durante la trasformazione alla quale la sua struttura fisiologica è andata soggetta giornalmente e totalmente per anni prima che l’intero processo si stabilizzasse. Sconcertanti modificazioni hanno portato il suo corpo ad un nuovo equilibrio, un nuovo modo di funzionare che lui definisce lo stato naturale del corpo, una morte seguita dalla rinascita libera dal passato e dal conflitto con la mente. La vera trasformazione è fisica, non ha nulla a che vedere con la psicologia, la religiosità, l’estasi o la beatitudine.
L’illuminazione è una delle prime e maldestre sperimentazioni che la natura elabora in quei laboratori viventi che noi tutti siamo, specialmente per quelli che hanno già realizzato il totale fallimento di se stessi, che non nutrono alcuna consolazione o illusione di tipo religioso spirituale o altro e che stanno andando alla deriva, si sentono soffocare in questo assurdo mondo e perciò si abbandonano completamente. Un surrender totale, uno stato in cui non c’è sforzo né movimento per ottenere qualcosa, non un abbandono mistico ma un abdicare materiale, fisico, che origina un corpo più evoluto.


Indice:
Introduzione
Parte I: U.G.
Parte II: Lo stato naturale
Parte III: L’imbroglio spirituale
Parte IV: Tra il disorientamento e la comprensione

Estratto:
Parte I
U.G.

Io non sono qui per liberare nessuno.
Quello che io ho da dire non può aiutarvi.
A me interessa soltanto descrivere questo stato,
togliendo tutte quelle mistificazioni
con le quali le persone del sacrosanto affare
hanno avvolto l’intera faccenda.
Forse posso convincervi a non sprecare il vostro tempo
cercando qualcosa che esiste solo
nella vostra immaginazione.

Non ho nessun messaggio da dare all’umanità.
Io non ho mai iniziato una discussione;
la gente viene e mi si siede attorno,
libera di fare quel che gli pare.
Se qualcuno mi fa una domanda,
io tento di dare una risposta, sottolineando comunque
che non esiste risposta alla sua domanda.
Così, io mi limito a ricostruire e riproporre
la stessa domanda a voi. Non sono per niente interessato
a convincervi del mio punto di vista.
Non si tratta di offrire opinioni – ovviamente
io ho opinioni su qualunque cosa,
dalla malattia alla divinità, ma sono
altrettanto inutili quanto quelle degli altri.
U.G.
U.G.: Io non so come voi lo chiamiate [lo stato di U.G.], ma a me non piace usare le parole “illuminazione”, “moksha”, “liberazione”... sono parole pesanti, con una loro precisa connotazione. Questo stato non può essere ottenuto per mezzo di nessuno sforzo; accade, semplicemente. E il perché accada a un individuo anziché a un altro, non lo so.
Domanda: Quindi, è accaduto a lei?
U.G.: Mi è accaduto.
D.: Quando?
U.G.: Nel mio quarantanovesimo anno di età. Ma qualsiasi cosa facciate in una qualunque direzione – la ricerca della verità, della realtà – vi porta fuori dai vostro stato naturale. Non è un qualcosa che potete conquistare, ottenere o raggiungere come risultato dei vostri sforzi; ecco perché uso la parola “acausale”. Non ha causa, eppure in qualche modo la ricerca giunge a una fine.
D.: Lei dunque crede che non sia il risultato di una ricerca? Lo chiedo perché ho sentito dire che lei ha studiato filosofia, che è stato associato con gente religiosa...
U.G.: Vedete, la ricerca porta lontani da se stessi, va nella direzione opposta, non ha assolutamente nessuna relazione.
D.: Quindi è accaduto nonostante tutto questo, e non a causa di tutto questo?
U.G.: Nonostante, sì, ecco la parola giusta. Tutto quello che fate rende impossibile l’esprimersi di quanto è già qui. Per questo io lo chiamo lo “stato naturale”. Voi siete sempre in quello stato. Quello che impedisce a ciò che è già qui di esprimersi è proprio la ricerca. La ricerca va sempre nella direzione opposta, perciò tutto quello che considerate come veramente profondo, tutto quello che considerate sacro, è una contaminazione di quella coscienza. Può non piacervi la parola “contaminazione”, ma tutto quello che considerate sacro, santo e profondo è davvero una contaminazione. Così, non c’è niente da fare. Non dipende da voi. Non mi piace usare la parola “grazia”, perché allora viene da chiedersi, “la grazia di chi?”. Non si tratta di essere prescelti; capita, non so perché. Se mi fosse possibile, cercherei di aiutarvi. Ma questa è una cosa che non posso darvi, perché voi già l’avete. È ridicolo chiedere una cosa che già si possiede.
D.: Ma io non la sento, mentre lei sì.
U.G.: No, non si tratta di sentire, non si tratta di conoscere; non potrete mai conoscere. Non avete proprio nessun modo di conoscere questo stato – semplicemente, incomincia a esprimersi. Non c’è nessuna coscien... Non so come dire. Ma il pensiero che io sia differente dagli altri non sorge affatto nella mia coscienza.
D.: È stato così da sempre?
U.G.: No, non posso dire questo. Io ero alla ricerca di qualcosa, come chiunque sia stato educato in un ambiente religioso; cercavo qualcosa. Per cui, rispondere a questa domanda non è facile, dovrei ripercorrere l’intero percorso. Forse si può fare [ridendo]; non so.
D.: Giusto per curiosità, anch’io, come Naciketa1, sarei interessato a conoscere come queste cose siano avvenute personalmente a lei, nella misura in cui ne è consapevole.
U.G.: Si tratta di una lunga storia; non è così semplice.
D.: Ci piacerebbe ascoltarla.
U.G.: Ma dovrei raccontarvi tutta la mia vita. La storia della mia vita va avanti fino a un certo punto, poi si arresta – non c’è nemmeno biografia in tutto questo. Uno scrittore interessato a scrivere una mia biografia sosteneva che quello che io ho fatto – la sadhana [pratica spirituale], l’educazione, l’ambiente – mi ha condotto a questo punto. Io invece gli ho detto che è avvenuto proprio a dispetto di tutto questo [risate]. Lui non era molto entusiasta della mia affermazione, perché in questo modo non aveva molto materiale per fare un grosso libro [risate]. È questo che a loro interessa soprattutto. Anche gli editori sono interessati principalmente a questo genere di cose. È normale, in quanto vi permette di operare su un terreno dove la relazione tra causa ed effetto generalmente funziona ecco perché siete tanto interessati a cercare di scoprire la causa, e cioè come questo tipo di cose sia potuto avvenire. Così, siamo al punto daccapo: stiamo sempre indagando sul “come”. Ma il mio retroscena è insignificante, non può essere un esempio per nessuno, perché il retroscena di ognuno di noi è unico. Ogni evento nella vostra vita è qualcosa di unico a sé. Le vostre condizioni, il vostro ambiente, il vostro bagaglio – tutto è diverso. Ogni evento è differente.
D.: Io non sto cercando un modello da dare al resto del mondo, non ho posto la domanda da questa angolazione. Noi osserviamo una stella, il sole, la luna... così; non è che io voglia imitarla. Può essere interessante, chi lo sa? Ecco perché ho detto di essere come Naciketa: non voglio lasciarla senza prima sapere la verità da lei.
U.G.: [sorridendo] Allora dovrebbe cercare uno Yama Dharmaraja.
D.: Se non le spiace, potrebbe essere lei Yama Dharmaraja.
U.G.: Non c’è niente che mi dispiaccia, ma dovete cercare di aiutarmi. Sono senza risorse, non so proprio da dove cominciare. Dove terminare [ridendo] lo so bene. Ma dovrei raccontarvi l’intera storia della mia vita.
D.: A noi non dispiacerebbe ascoltarla.
U.G.: Non esce niente.
D.: Forse dovrebbe sentirsi ispirato.
U.G.: Ma io non sono ispirato, e sono l’ultima persona che possa ispirare qualcuno. Posso raccontarvi, per soddisfare la vostra curiosità, l’altro lato, il lato più banale della mia vita.
Uppaluri Gopala è nato il 9 luglio 1918 nel Sud dell’India, in una famiglia brahmina. Sua madre è morta subito dopo la sua nascita, e lui fu allevato dai nonni materni nella piccola cittadina di Gadivada, vicino Masulipatam.
Sono stato allevato in un’atmosfera molto religiosa. Mio nonno era un grande uomo di cultura. Conosceva la Blavatsky [la fondatrice della Società Teosofica] e Olcott [un colonnello inglese molto intimo della Blavatsky] e poi, più tardi, la seconda e la terza generazione dei teosofi. Venivano tutti a farci visita nella nostra casa. Mio nonno era un famoso avvocato, un uomo molto ricco, con una grande cultura e, cosa piuttosto strana, era molto ortodosso. Era una specie di miscuglio: ortodossia e tradizione da una parte, e poi teosofia e tutto il resto dall’altra. Non è mai riuscito a trovare un equilibrio tra questi due opposti. Questo è stato l’inizio del mio problema.
Pare che la madre di U.G. avesse detto, poco prima di morire, che suo figlio era nato per qualcosa di grande. Suo nonno la prese seriamente e lasciò il suo lavoro per dedicarsi alla crescita e all’educazione del bambino. I nonni e i loro amici erano convinti che U.G. fosse uno “yoga bhrashta”, un essere che nella sua incarnazione precedente aveva raggiunto un certo grado di illuminazione.
Mio nonno passò il suo lavoro nelle mani di qualcun altro e consacrò se stesso, per certi motivi – non voglio raccontarvi tutta la faccenda – a creare una profonda atmosfera attorno a me per educarmi nel modo giusto, ispirato dai teosofi. E così, ogni mattina quei seguaci venivano a leggere Upanishad, Panchadasi, Nyshkarmya Siddhi, i commentari, i commentari dei commentari, tutto quanto, dalle quattro alle sei, e questo bambino di cinque, sei o sette anni – non ricordo bene – doveva sorbirsi tutta quella robaccia. A ogni modo, all’età di sette anni ero già in grado di ripetere molte di quelle cose, passaggi da Panchadasi, Nyshkarmya Siddhi, e questo, e quell’altro. Molti uomini saggi visitavano la mia casa: quelli dell’Ordine di Ramakrishna e altri ancora; era una casa aperta a tutti i sant’uomini. Così, la prima cosa che scoprii quand’ero ancora molto giovane, è che erano tutti degli ipocriti: dicevano delle cose, credevano in certe cose, ma le loro vite erano vuote, nulle. Questo è stato l’inizio della mia ricerca.
Mio nonno meditava regolarmente. Era solito meditare per una o due ore in una stanza appartata. Un giorno, un piccolo bambino, di un anno e mezzo o due, iniziò a strillare. Quell’uomo scese giù e prese a picchiare il bambino, tanto da farlo diventare quasi cianotico – e quest’uomo, figuratevi, meditava due ore al giorno! Mi dissi: «Ma che cosa ha fatto?». Quella fu davvero (non mi piace usare certi termini psicologici, ma talvolta non se ne può fare a meno) un’esperienza traumatica per me. «Dev’esserci qualcosa di ambiguo in tutta questa faccenda della meditazione. Le loro vite sono vuote. Parlano in modo meraviglioso, esprimono certe cose in modo davvero sublime, ma che dire delle loro vite? C’è come una paura nevrotica in loro; dicono delle cose, ma non sono operative nelle loro vite. Cos’è che non funziona?» – notavo queste cose, anche se non mi interessava giudicare quella gente.
Di lì a poco, comunque, mi trovai immischiato con queste storie. «C’è qualcosa in quello che predicano Buddha, Gesù, i grandi maestri? Tutti parlano di liberazione. Di che si tratta? Voglio conoscere da me stesso. Questi mi sembrano soltanto inutili seguaci, ma ci dovrà pur essere tra di loro qualcuno che sia un’incarnazione o un apostolo di queste cose. Se c’è, devo trovarlo».
Nel frattempo capitarono molte cose. In quel periodo c’era un uomo chiamato Shivananda Saraswati, che era considerato l’evangelista dell’induismo. Tra i quattordici e i ventun anni (sto saltando molti particolari) andavo spesso a trovarlo, ed eseguivo tutte le austerità richieste. Ero molto giovane, ma ero determinato a scoprire se esisteva realmente la liberazione, e la volevo realizzare. Volevo provare a me stesso e agli altri che forse non c’era solo ipocrisia in quegli uomini, così ho praticato lo yoga, la meditazione, ho studiato ogni cosa. Ho provato tutte le esperienze di cui parlano i libri. E allora dissi a me stesso: «Il pensiero può creare qualsivoglia esperienza: gioia, beatitudine, estasi, dissoluzione nel nulla – tutto. Perciò, non può essere questa LA COSA, perché io resto sempre la stessa persona, ripeto meccanicamente le stesse cose. La meditazione non ha nessun valore per me. Non mi conduce da nessuna parte». Poi il sesso diventò un problema tremendo per me, giovane ragazzo: «È una cosa naturale, biologica, un bisogno umano. Perché tutta questa gente cerca di negare il sesso e reprimere qualcosa di molto naturale, nel tentativo di ottenere qualcosa d’altro? Questo per me è più importante e reale della liberazione e di tutto il resto. È una realtà. Penso alle divinità e ho sogni con eiaculazioni! Perché dovrei sentirmi in colpa? È una cosa naturale; io non ho nessun controllo su queste cose. La meditazione, lo studio, le discipline non mi hanno aiutato in questo senso. Eppure non mangio cibi salati, piccanti o speziati». In quello stesso periodo scoprii Shivananda mentre mangiava di nascosto del mango in salamoia... «Ecco un uomo che ha rinunciato a tutto nella speranza di ottenere qualcosa, ma che non riesce a controllare se stesso. È un ipocrita»; non mi interessava dire niente di cattivo su di lui, ma mi dicevo: «Questo tipo di vita decisamente non fa per me».
D.: Tra i quattordici e i ventun anni, lei dice di aver sentito un forte desiderio sessuale. È stato allora che ha deciso di sposarsi?
U.G.: No, non sono stato così precipitoso; l’ho soltanto riconosciuto. Volevo capire l’impulso sessuale. Volevo capire l’intera faccenda: «Non so nulla del sesso – come mai allora mi vengono tutte queste immagini sessuali?». Questa era la mia domanda. «Com’è possibile che si formino in me queste immagini?». Non avevo mai visto un film, non avevo mai visto niente di niente (adesso voi avete materiale di ogni tipo). «Com’è possibile? Questo è qualcosa che viene dal di dentro, non è stato messo dall’esterno. L’esterno ne viene stimolato – lo stimolo è esterno; ma c’è un altro tipo di stimolazione dall’interno, che mi sembra molto più importante. Posso eliminare facilmente tutti gli stimoli esterni, ma come eliminare questo che proviene dall’interno?». Volevo capire il fenomeno. Poi, a un certo punto, decisi di provare cosa fosse realmente il sesso; ma, sebbene io non avessi mai avuto esperienze sessuali, mi sembrava di conoscere già cosa fosse. Non avevo fretta di fare del sesso con una donna o altro; lasciavo che le cose si sviluppassero in modo naturale. Ci fu un periodo nel quale io non volevo affatto sposarmi. Il mio ideale era di diventare un asceta, un monaco, o qualcosa di simile, non di sposarmi, ma capitarono alcune cose e così dissi a me stesso: «Se vuoi proprio soddisfare i tuoi impulsi sessuali, perché non ti sposi? La società è qui per questo. Perché devi fare del sesso con una donna qualunque? Tu puoi sperimentare in modo naturale il tuo desiderio sposandoti».
Avevo ventun anni quando sentii in modo molto forte che tutti i maestri raccontavano storie, si ingannavano e ingannavano gli altri. «Qual è lo stato che questa gente descrive? Tutto questo sembra non avere alcuna relazione con me, con il modo in cui io funziono. Tutti dicono: “Non bisogna mai arrabbiarsi”, io invece mi sento spesso arrabbiato! Sono pieno di attività brutali dentro di me, non posso essere falso con me stesso. Quello che questa gente mi dice è falso, e in quanto tale mi renderebbe falso. Non voglio vivere la vita di una persona falsa. Non voglio ingannare me stesso». Capite, vivevo in mezzo a gente che predicava queste cose in continuazione, ed era tutto fasullo, posso assicurarvelo. E così, in qualche modo, quella che voi chiamate “una nausea esistenziale” (allora non conoscevo queste parole, ma poi ne sono venuto a conoscenza), una repulsione contro ogni cosa, si infiltrò nel mio sistema e gettò all’aria tutto quanto: «Basta con gli sloka [versi sacri], basta con le religioni, basta con le pratiche – non valgono nulla. Io sono un bruto, sono un mostro, sono pieno di violenza, questa è la realtà, sono pieno di desideri. Non desiderare, non essere avidi, non arrabbiarsi... queste cose non hanno nessun significato per me, e non fanno che rendermi falso. Non ne voglio più sapere di tutto quest’affare»; questo dissi a me stesso, anche se poi non è stato così semplice.
A quel punto qualcuno venne a trovarmi, e discutemmo di queste cose; praticamente pensò che io fossi un ateo (anche se non dichiarato), scettico di tutto, eretico fin nella punta dei piedi. Mi disse: «C’è un uomo qui vicino, dalle parti di Madras, a Tiruvannamalai, che si chiama Ramana Maharshi. Vieni con me, andiamo a trovarlo. Si tratta di un’incarnazione vivente della tradizione indù». Io non avevo proprio nessuna voglia di incontrarmi con un sant’uomo. Se voi ne avete visto uno, li conoscete tutti. Io non sono mai andato a sedermi ai piedi dei maestri e ad ascoltare i loro insegnamenti; tutti ti dicono “sforzati costantemente verso una cosa, e la otterrai”. Ho avuto tante e tante esperienze, e mi sono accorto che queste esperienze richiedevano un fissarsi in esse, mentre io non voglio fissarmi in niente. «Gli uomini santi sono tutti fasulli, ripetono soltanto quello che sta scritto sui libri. Quelli posso leggerli per conto mio. “Pratica con perseveranza”, dicono – a me non va proprio. Non cerco esperienze. Loro vogliono rendermi partecipe delle loro esperienze; ma io non sono affatto interessato ad avere esperienze. Per me non c’è nessuna differenza sostanziale tra un esperienza religiosa, un’esperienza sessuale o qualsiasi altra esperienza; l’esperienza religiosa è una tra le tante. Non mi interessa avere l’esperienza del Brahman [la Realtà suprema]; non mi interessa fare esperienza della realtà o della verità. Possono aiutare gli altri, se credono, ma non me. Io non sono interessato a perseverare; ne ho abbastanza. A scuola, se si vuole risolvere un problema matematico, bisogna esercitarsi in continuazione – e alla fine, quando si arriva alla soluzione, si scopre che la risposta era già contenuta nel problema. E allora, in quale inferno vi state cacciando, cercando di risolvere il problema? È meglio cercare prima la risposta, invece di sottoporsi a tutto quell’esercizio».
A ogni modo, con riluttanza, controvoglia, andai da Ramana Maharshi, trascinato dal mio compagno. Mi disse: «Vieni almeno una volta. Qualcosa scatterà dentro di te». Mi parlò di lui e mi diede un libro, India segreta di Paul Brunton; io lessi il capitolo che parlava di Ramana – «E va bene, andiamo a vedere». Quando andai, lui se ne stava seduto. Trovatomi davanti a lui mi dissi: «Come può aiutarmi quest’uomo che legge fumetti, taglia le verdure, fa questo e quell’altro – come può aiutarmi? Non può far nulla». Mi sedetti lo stesso. Non accadde nulla; lo guardai, e lui mi guardò. Il mio amico mi aveva detto: «In sua presenza sentirai il silenzio, le tue domande si dissolveranno, il suo sguardo ti trasformerà», ma tutte queste cose mi sembravano solo chiacchiere e immaginazioni. Mentre stavo seduto lì, ero pieno di domande senza senso, così dissi tra me e me: «Le domande non si sono affatto dissolte. Sono seduto davanti a lui da due ore, e le domande sono ancora qui. Va bene, chiediamogli qualcosa». A quel tempo, il desiderio di ottenere la liberazione faceva ancora parte dei mio bagaglio. «Si suppone che lei sia un uomo liberato. Può darmi quello che ha ottenuto?»; gli feci questa domanda, ma lui non rispose, così dopo un po’ di tempo gli rifeci la domanda: «Ho chiesto se può darmi quello che ha ottenuto!». Lui allora mi rispose: «Io posso dartelo, ma tu puoi riceverlo?». Ragazzi! Per la prima volta qualcuno mi diceva di avere qualcosa e che ero io a non poterlo prendere. Nessuno prima di allora mi aveva detto una cosa simile. Mi avevano sempre risposto: «Pratica la sadhana, mettiti a testa in giù, incrocia le gambe, stai immobile come un albero, rinuncia a te stesso», mentre questo individuo mi disse: «Io posso dartelo, ma tu puoi riceverlo?». Al che, io pensai tra me e me: «Se c’è un individuo su questa terra che può riceverlo, quello sono io, perché ho fatto tanta sadhana, ben sette anni di sadhana. Lui può anche pensare che io non posso riceverlo, ma io invece posso. Se non ne sono in grado io, chi altro allora?» – questa era la mia struttura mentale a quell’epoca; sapete [ridendo], ero molto fiero di me stesso.
Non rimasi con lui, non lessi nessuno dei suoi libri, gli feci soltanto qualche altra domanda: «Può uno essere libero in certi momenti e non in altri?». Lui rispose: «O si è sempre liberi, oppure non lo si è per niente». Poi feci un’altra domanda che non ricordo più; lui rispose in modo strano: «Non c’è nessun cammino che ti conduca a questo». Ma io ignorai tutte queste cose – le risposte non mi hanno mai interessato. Ma quella cosa del “Ma tu puoi riceverlo?”... «Com’è arrogante!», pensai. «Perché mai io non potrei riceverlo, qualunque cosa sia? Che sarà mai?». Perciò la questione si formulò da sola: “Qual è quello stato che tutta questa gente – Buddha, Gesù, e l’intera banda – ha sperimentato? Ramana è in quello stato, si suppone; io non lo so, ma questo individuo è un essere umano come me. Cosa ha di diverso? Quello che dicono di lui o quello che lui stesso afferma non ha nessuna importanza per me; chiunque può fare quello che lui fa. È nato da genitori, ha delle sue idee personali... Alcuni dicono che qualcosa è accaduto in lui, ma quale differenza c’è tra me e lui? Cos’è quello stato?” – questa era la domanda fondamentale, basilare, che mi ripetevo spesso. «Devo scoprire cos’è quello stato. Nessuno può darmelo, se non io stesso. Devo lanciarmi in questo oceano senza mappe, senza bussola, senza nave, senza nemmeno una zattera. Voglio trovare da me stesso cos’è quello stato in cui si trova quell’uomo». Lo desideravo moltissimo, altrimenti non sarei stato disposto a dare la mia vita per questo.

[...]

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