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Scheda libro
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Questo testo è un fondamentale promemoria per chi affronta ogni giorno il cancro: è rivolto alle persone che si ammalano, alle loro famiglie e a tutti coloro che esercitano la professione medica e para-medica.
Questo libro è un invito a ricordare che esiste un'indissolubile correlazione tra mente e fisico, che la volontà può avere effetti potenti sul recupero della salute e che il corpo umano può rispondere in modo straordinario alla scelta consapevole di continuare a vivere.
Consuelo Zenzani
Psicologa e Psicoterapeuta
Il resoconto del "Viaggio" di una donna nel suo corpo e nella sua mente, attraverso la malattia e oltre. In questo libro Patricia Dilts racconta di come abbia trasformato il rischio e la paura di morire in una potente determinazione a vivere in salute ancora per molti anni. E' una storia da cui trarre ispirazione.
Donatella Stefanini
Medico chirurgo
Una storia reale in cui si vedono all'opera gli strumenti della PNL, senza che questa venga neanche menzionata. Avrete la sensazione di ascoltare questo racconto direttamente dalla voce della sua protagonista: una signora determinata a rimanere al mondo con gioia.
Claudio Belotti
Trainer PNL
INTRODUZIONE AL LIBRO
Questa è la storia di una guarigione.
È una storia che ispira: è la guarigione di una donna dal tumore al seno, raccontata dal suo punto di vista, con le sue parole.
Nel 1982 le fu diagnosticata la ricomparsa di un tumore al seno e fu informata che si era diffuso in tutto il corpo. Non le fu prospettato molto tempo da vivere ancora. Tuttavia, grazie al suo coraggio, alla sua apertura verso l’esplorazione di se stessa, all’amore per la vita e per la famiglia, si prese cura della propria salute e fece un recupero sensazionale. Visse ancora 13 anni e mezzo, e per la maggior parte del tempo senza alcun sintomo. Il suo recupero e la sua devozione alla vita sono stati fonte di ispirazione per le persone di tutto il mondo e per coloro che cercano la propria strada verso la pienezza assoluta. Si dà il caso che questa donna sia anche mia madre.
La storia del suo processo di recupero l’ho condivisa in molti dei miei seminari, delle mie lezioni e dei miei libri Convinzioni e I livelli di pensiero. Ma, naturalmente, ho sempre dovuto condividere solo la mia parte della storia, guardando dal di fuori quello straordinario processo di guarigione. In questa monografia mia madre racconta la storia del suo cammino verso la salute e dei tanti fattori e delle scoperte che hanno influenzato quel viaggio. Le sue intuizioni personali e le sue descrizioni dei cambiamenti interni sono, in diversi modi, più ricchi, toccanti e illuminanti di qualsiasi resoconto io possa fare sulla piccola parte che ho avuto. La guarigione viene da dentro: è il risultato della volontà di un individuo di liberare le capacità straordinariamente naturali di auto-correzione che ha il corpo umano; non è la conseguenza dell’uso di tecniche.
Credo che le sue parole possano aiutare altre persone a liberare queste capacità che si trovano anche dentro loro stesse.
Robert Dilts
Quando scegliamo la nostra strada verso la salute?
Quando ce ne allontaniamo?
È una strada facile o tortuosa?
Quanto controllo abbiamo su di essa?
Se il percorso cambia, come facciamo a seguirlo riuscendo a mantenerci in equilibrio?
Ho cercato di trovare le risposte a queste domande per più di dieci anni.
L’Inizio del viaggio
Era il 1978, gennaio stava giungendo al termine ed era il mio pomeriggio libero. Nel 1975 mi ero sentita pronta a rientrare nel mondo del lavoro e da allora lavoravo part-time nell’ambulatorio di un medico della zona. Ero euforica, avevo appena comprato un nuovo vestito da indossare a un congresso legale a San Diego; sarebbe stata la prima volta che accompagnavo mio marito in un viaggio di lavoro. Nel tardo pomeriggio avevo un appuntamento dal ginecologo, il quale era veramente preoccupato per un nodulo che avevo al seno. Circa due mesi prima, mentre il mio ginecologo era in vacanza, ero stata da un altro dottore per farmi vedere e avevo anche fatto una mammografia che era risultata negativa, quindi non mi preoccupavo affatto.
Dopo la visita ero sotto shock. Mi ero aspettata una “sentenza positiva” sulla mia salute: avere un problema era l’ultima cosa che mi passava per la testa. Avevo piani emozionanti per il mio viaggio e questo episodio non poteva far parte della mia vita. Dopo essere stata esaminata dal chirurgo, mi fu data la triste notizia che sarei dovuta andare all’ospedale, perché molto probabilmente avevo un tumore al seno. Avrei potuto aspettare qualche giorno, sebbene a quel tempo non sembrassero esserci molte scelte sulle cure da fare, e io considerassi il tempo un fattore importante per la mia futura guarigione.
Sia mia madre che mia sorella erano morte da poco di tumore al seno, a distanza di un solo anno l’una dall’altra e, per coincidenza, nello stesso giorno. Mia sorella, in seguito a due mastectomie, era vissuta solo altri quattro anni. Era morta per una metastasi all’età di quarantotto anni lasciando cinque figli tra i quattordici e i vent’anni. Mia madre, dopo essersi sottoposta a una mastectomia all’età di settantadue anni, era vissuta solo due anni. Anche lei aveva avuto cinque bambini. Entrambe erano state donne piene di talento ed entrambe erano state cancellieri legali molto abili nel loro lavoro; mia madre dopo la prima guerra mondiale e mia sorella fino alla sua morte. Il fatto che fossero morte dopo aver ricevuto le cure più all’avanguardia, influenzò la mia decisione che, se la biopsia fosse risultata positiva, mi sarei operata immediatamente. Volevo semplicemente “liberarmene”. L’indomani fui ricoverata in ospedale e, il giorno dopo ancora, fui sottoposta a una mastectomia radicale modificata.
Una mastectomia radicale modificata è la rimozione di tutto il tessuto mammario, ma senza alcuna parte del muscolo. Non essendo stati coinvolti i linfonodi, non era necessario sottopormi ad ulteriori trattamenti e avevo l’85% di possibilità che la malattia non si ripresentasse mai più. Questo per me era abbastanza. Imparai molte cose sui nuovi trattamenti post-operatori, ma non imparai niente su me stessa.
Mi ripresi velocemente e cinque settimane dopo ero già tornata al lavoro. Recuperai tutte le abitudini di super-efficienza che avevo perfezionato ai tempi dell’università, durante la mia formazione come infermiera. Da giovane madre prima e nel periodo della mezza età poi, avevo imparato ad aspettarmi la totale perfezione da me stessa. Avevo programmato perfettamente la mia routine, sia al lavoro, sia a casa. Al lavoro, assunsi sempre più responsabilità; diventava sempre più difficile prendermi giorni liberi e, anche se malata, spesso andavo a lavorare perché non c’era nessuno che potesse sostituirmi. Ero troppo coscienziosa per preoccuparmi di me stessa. A casa, la mia famiglia si abituò ad aspettarsi che io fossi sempre “Super Mamma” e, naturalmente, il mio comportamento incoraggiava questo loro atteggiamento. Nessuno mi aveva mai chiesto di investire così tanta energia nel fare certe cose, così nessuno mi apprezzava veramente per ciò che facevo.
Passarono altri quattro anni e mezzo di questa caotica efficienza. Mi trovai anche lavori extra per impegnare i pochi giorni liberi: seguivo la contabilità di un mio amico medico e aiutavo un’altra amica nel suo negozio di antiquariato.
Un nuovo capitolo
Nel 1982, verso la fine di giugno, scoprii di avere un nodulo all’altra mammella. Era stato un anno difficile. Era divampato un incendio abbastanza grave nella nostra cucina, ed erano stati necessari cinque mesi per riparare tutto. Cucinavo su un fornellino in camera da letto e lavavo i piatti nella vasca da bagno. Mio marito aveva aperto uno studio legale per conto suo dopo che la collaborazione con lo studio precedente era finita. Mio figlio più piccolo era andato via di casa per studiare all’università. Tutti questi cambiamenti, assieme alle solite fatiche e alle normali crisi di una famiglia numerosa, rendevano la mia vita frenetica. Gli impegni professionali e sociali sembravano aumentare ulteriormente la mia frustrazione. Gli altri sembravano non capire le difficoltà che io e la mia famiglia stavamo attraversando a causa della riparazione della cucina. La loro insensibilità mi dava fastidio, ma non facevo nulla per chiarire la mia situazione. Non ero tipo da lamentarmi. Sul lavoro avevo la sensazione che altri venissero premiati per i miei sforzi e non mi sentivo apprezzata. Col senno di poi, so che ero molto arrabbiata, ma all’epoca lo ignoravo.
Andai dallo stesso chirurgo da cui ero stata nel 1978. L’esito della mammografia era preoccupante e una radiografia mostrò che anche le ossa erano state largamente intaccate. A questa notizia mi sentii così sopraffatta che, malgrado fossi già in ospedale in attesa di essere ricoverata alle quattro del pomeriggio, volevo disperatamente andarmene a casa. Mi ricordo di qualcuno che mi rimproverò in modo impaziente dicendomi che mi aspettavano per il ricovero e che dovevo andarci immediatamente. Risposi solo che volevo andarmene a casa. Dopotutto, la ristrutturazione della cucina era stata terminata appena pochi giorni prima, e io volevo andarmene a casa mia. Fortunatamente il mio chirurgo fu d’accordo con me e disse che potevo aspettare un paio di giorni; così, lasciai l’ospedale.
Il problema era la mia percezione del mondo, il modo in cui affrontavo ciò che accadeva. Mi assumevo la responsabilità del comportamento degli altri, credendo che avrei dovuto essere in grado di risolvere tutti i problemi.
Andare a casa invece di ricoverarmi in ospedale fu l’inizio di un cambiamento importantissimo nella mia vita: non avrei più fatto le cose perché “dovevo” farle; d’ora in poi, avrei avuto “la scelta”.
Guardare dentro me stessa
Mio figlio Robert, o Brian, come lo chiamavamo da piccolo, trascorse insieme a me la maggior parte del tempo nei quattro giorni che seguirono. Mi insegnò diversi modi di pensare, diverse strategie per fare le scelte di cui avevo bisogno...
Patricia Dilts
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