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Lynne Mc Taggart  
Il Campo del Punto Zero
Alla scoperta della forza segreta dell'universo. Una vasta fonte di energia illimitata in grado di sostituire tutte quelle fino ad oggi

Prezzo: € 16,50
Pagine: 360 - Formato 13.5x20.5
ISBN 13: 9788875075736
Prima edizione: Novembre 2004
Ultima edizione: 5a Ristampa - Ottobre 2010
Traduttori: Daniele Favaro

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Si tratta del primo testo che testimonia l’esistenza dell’energia del cosiddetto Punto Zero.

Nuove scoperte scientifiche, infatti, dimostrano che l’essere umano non è solo il prodotto di una reazione chimica, ma che esiste una forza centrale, nell’universo, che organizza e governa i nostri corpi e tutta l’Esistenza. L’uomo, perciò, non è altro che un punto di energia in un campo infinitamente più vasto, con cui è in totale connessione, che è il motore centrale del nostro essere e della nostra consapevolezza.
Si tratta di una scoperta in grado di sconvolgere la struttura economica mondiale, quindi anche gli studi scientifici di Newton, Darwin e Descartes che avevano teorizzato un uomo meccanico inserito in un universo altrettanto meccanico di cui semplicemente subirebbe le leggi.
Il Campo del Punto Zero, quindi, è un oceano di vibrazioni microscopiche che, in tutto l’universo, riempiono lo spazio esistente tra tutto ciò che è costituito di materia e che prima era ritenuto vuoto.
È la vera base del nostro universo, un mare di energia pulsante in cui ogni elemento (quindi anche l’uomo) è connesso con qualsiasi altro attraverso una fitta ragnatela invisibile.
Un libro alla portata di tutti che riesce finalmente a coniugare scienza e religione e a fornire risposte complete a fenomeni quali le percezioni extrasensoriali e le guarigioni spirituali. Indispensabile per restare al passo coi tempi e per prepararsi a quella che è stata definita l’Era del Punto Zero.



Indice:

Riconoscimenti Prologo Prima parte: L’universo in risonanza Capitolo 1. Luce nell’oscurità Capitolo 2. Il mare di luce Capitolo 3. Esseri di luce Capitolo 4. Il linguaggio della cellula Capitolo 5. Entrare in risonanza con il mondo Seconda parte: La mente estesa Capitolo 6. L’osservatore creativo Capitolo 7. Condividere i sogni Capitolo 8. La visione allargata Capitolo 9. L’infinito presente Terza parte: Attingere al Campo Capitolo 10. Il Campo curativo Capitolo 11. Telegramma da Gaia Capitolo 12. L’era del Punto Zero Note Bibliografia Indice analitico


Estratto:

Capitolo 1 Luce nell’oscurità Forse ciò che accadde a Ed Mitchell era dovuto alla mancanza di gravità, o forse al fatto che era completamente disorientato. Stava tornando verso casa, in quel momento distante approssimativamente 400.000 chilometri. La sua destinazione era un qualche punto sulla superficie di nuvole azzurre e bianche che appariva a intermittenza attraverso l’oblò triangolare del modulo di comando dell’Apollo 141. Due giorni prima era diventato il sesto uomo ad atterrare sulla luna. Il viaggio era stato un trionfo: il primo sbarco lunare nel quale erano stati effettuati esperimenti scientifici. Lo attestavano ampiamente 43 chili di campioni di roccia e suolo lunare caricati a bordo della nave spaziale. Anche se lui e il suo comandante, Alan Shepard, non avevano raggiunto la sommità del Cono Craterico alto 250 metri, tutte le altre missioni del meticoloso programma erano state metodicamente portate a termine. Il programma era registrato sui polsini delle loro tute e riportava in dettaglio praticamente ogni minuto del loro viaggio di due giorni. Ciò che non erano riusciti a comprendere completamente era l’effetto sugli organi di senso di questo mondo inabitato, a bassa gravità e privo dell’influenza attenuante dell’atmosfera. Senza punti di riferimento come alberi e cavi elettrici, e senza la presenza di qualsiasi altra cosa se non dell’Antares, il modulo lunare aureo a forma d’insetto, su tutto il paesaggio grigio-polvere ogni percezione di spazio, scala, distanza e profondità era terribilmente distorta. Ed Mitchell era rimasto scioccato nello scoprire che qualsiasi punto di navigazione, in precedenza accuratamente rilevato sulle fotografie ad alta risoluzione, era almeno due volte più distante del previsto. Era come se lui ed Alan si fossero rimpiccioliti durante il viaggio spaziale, e quelle che da casa sembravano minuscole gobbosità o crinali, sulla superficie della luna si erano improvvisamente dilatate fino a un’altezza di almeno due metri. Oltre a sentirsi rimpiccioliti nelle dimensioni, erano anche più leggeri che mai. Ed Mitchell aveva fatto esperienza di una strana leggerezza nel suo essere per la debole attrazione gravitazionale, e nonostante il peso e l’ingombro della sua goffa tuta spaziale, si sentiva più leggero a ogni passo. Il sole aveva un effetto stravolgente, puro e non adulterato in questo mondo privo d’aria. Alla luce accecante del sole, anche durante la mattina relativamente fresca, ovvero prima che la temperatura raggiungesse il picco di 130 gradi Celsius, i crateri, le pietre, il suolo e la terra, perfino il cielo stesso, tutti risaltavano in assoluta chiarezza. Per una mente abituata al conciliante filtro dell’atmosfera, le ombre distinte, i colori mutevoli del suolo grigio ardesia, tutto contribuiva a confondere l’occhio. Lui ed Alan erano arrivati a soli venti metri dal margine del Cono Craterico, a soltanto dieci secondi di cammino, quando si erano rigirati, convinti che non l’avrebbero raggiunto in tempo. Un fallimento questo che avrebbe amaramente deluso Ed, il quale aveva desiderato ardentemente di poter rimanere a bocca aperta davanti a quella cavità, dal diametro di 335 metri, nel mezzo del terreno montuoso lunare. I loro occhi non sapevano come interpretare quella visione troppo intensa. Niente di vivo, ma anche niente di nascosto alla vista, e tutto era chiaramente visibile. Ogni vista colmava gli occhi con contrasti brillanti e ombre. Lui stava guardando, in un certo senso, più chiaramente e meno chiaramente di quanto non avesse mai fatto prima. Durante l’attività senza tregua del loro programma, c’era stato poco tempo per riflettere o meravigliarsi, o per qualsiasi pensiero con una prospettiva più ampia rispetto a quella del viaggio. Erano andati più lontano nell’universo di qualsiasi altro uomo prima di loro, eppure pesava su di loro la consapevolezza che ogni minuto del loro tempo costava agli americani più di duecentomila dollari. Si sentivano quindi obbligati a tenere sott’occhio l’orologio, spuntando i dettagli di ciò che Houston aveva pianificato nel loro programma stracolmo. Soltanto dopo che il modulo lunare si era riconnesso con il modulo di comando e aveva iniziato il suo viaggio indietro verso la terra, Ed poté togliersi la sua tuta spaziale, ora sporca di terreno lunare, e sedersi, cercando di rimettere in un qualche tipo di ordine la sua frustrazione e i suoi pensieri confusi. Il Kittyhawk stava ruotando lentamente, come un pollo su uno spiedo, per bilanciare l’effetto termico su ogni lato del veicolo spaziale; e nella sua lenta rivoluzione la terra veniva inquadrata a intermittenza attraverso l’oblò come una minuscola luna crescente in una notte completamente sommersa di stelle. Da questa prospettiva, con la terra che compariva e scompariva scambiandosi di posto con il resto degli oggetti del sistema solare, il cielo non esisteva solo al di sopra degli astronauti come noi lo vediamo ordinariamente, ma era un’entità che cullava e avvolgeva completamente la terra da ogni lato. Fu allora che, mentre guardava fisso fuori dell’oblò, Ed fece esperienza del più strano sentimento che avrebbe mai provato: un sentimento di concatenazione, come se tutti i pianeti e tutte le persone di tutti i tempi fossero collegati da una qualche ragnatela invisibile. Poteva a malapena respirare per la maestosità di quell’attimo. Anche se continuava a girare le manopole e a spingere i bottoni, si sentiva distaccato dal suo corpo, come se qualcun altro si stesse occupando della navigazione in quel momento. Sembrava che ci fosse un enorme campo di forza, che collegava tutte le persone, le loro intenzioni e i loro pensieri, e ogni forma di materia animata e inanimata di ogni epoca. Qualsiasi cosa avesse fatto o pensato avrebbe avuto un’influenza sul cosmo, e ogni evento nel cosmo avrebbe avuto un effetto simile su di lui. Il tempo era solo un costrutto artificiale. Tutto quello che gli era stato insegnato riguardo l’universo e la separazione delle persone e delle cose sembrava sbagliato. Non esistevano avvenimenti casuali o intenzioni individuali. L’intelligenza naturale che esisteva da miliardi di anni, e che aveva forgiato le stesse molecole che componevano il suo corpo, era responsabile anche per quel viaggio che lui stava facendo. E ciò non era qualcosa che abbracciava soltanto la sua mente, ma era un sentimento irresistibilmente viscerale, come se lui si stesse estendendo fisicamente al di fuori dell’oblò fino ai più lontani recessi del cosmo. Non aveva visto il volto di Dio. Non era un’esperienza religiosa tipica come un’accecante manifestazione di significato, quello che le religioni dell’est spesso chiamano “un’estasi di unità”. Era come se in un singolo istante Ed Mitchell avesse scoperto e sentito La Forza. Diede un’occhiata ad Alan e a Stu Roosa, gli altri astronauti della missione Apollo 14, per vedere se stessero sperimentando qualcosa di vagamente simile. Ci fu un attimo, quando stavano per uscire dall’Antares e mettere piede nella pianura di Fra Mauro, un altopiano della luna, in cui Alan, un veterano della prima missione spaziale americana, solitamente molto cinico e senza tempo per questo tipo di ridicole cerimonie mistiche, si tese, nella sua tuta spaziale ingombrante, per guardare verso l’alto e piangere alla vista della terra, così impossibilmente bella nel cielo privo d’aria. Ma ora Alan e Stu sembravano svolgere automaticamente i loro compiti, e così lui aveva paura di dire anche una sola cosa a proposito di quello che sembrava essere il suo supremo momento di verità. Era sempre stato un uomo isolato nel programma spaziale e certamente, a 41 anni, anche se più giovane di Shepard, era uno dei membri più anziani delle missioni Apollo. Sì, indossava e recitava bene la parte, con i suoi capelli biondo rossiccio e la faccia larga, l’aspetto di chi viene dal Midwest e la languida pronuncia lenta, tipica di un pilota di linee aeree commerciali. Ma per gli altri era un tipo piuttosto intellettuale: l’unico fra loro che aveva sia un dottorato di ricerca che credenziali di pilota collaudatore. Il modo in cui era entrato nel programma spaziale era stato senza dubbio preparato razionalmente. Aveva ritenuto indispensabile partire prendendo il dottorato in astrofisica al M.I.T. [N.d.T.: Massachusetts Institute of Technology, l’Istituto del Massachusetts per la Tecnologia] – così aveva intenzionalmente progettato il suo cammino verso la N.A.S.A. – e soltanto in seguito gli era venuto in mente di aumentare le ore di volo conseguite oltreoceano per qualificarsi. E tuttavia Ed non era un fannullone quando si trattava di fare il pilota. Come tutti gli altri ragazzi aveva speso il suo tempo nella pattuglia acrobatica di Chuck Yeager nel deserto del Mojave, facendo fare agli aeroplani cose per le quali non erano mai stati progettati. Ad un certo punto sarebbe anche diventato l’istruttore della pattuglia. Ma gli piaceva pensare a se stesso non tanto come a un pilota collaudatore, quanto a un esploratore: una specie di ricercatore moderno della verità. La sua attrazione verso la scienza lottava costantemente con l’intenso fondamentalismo battista della sua gioventù. Non sembrava essere un caso il fatto che fosse cresciuto a Roswell, in New Mexico, dove apparentemente c’era stato il primo avvistamento alieno – soltanto a un miglio dalla casa di Robert Goddard, il padre della scienza missilistica americana, e soltanto poche miglia oltre le montagne dove erano stati eseguiti i primi test della bomba atomica. La scienza e la spiritualità coesistevano in lui, e sgomitavano per mettersi in luce, ma lui desiderava ardentemente che si stringessero la mano e facessero la pace. C’era qualcos’altro che aveva nascosto loro. Più tardi, durante la sera, mentre Alan e Stu stavano dormendo nelle loro brande, Ed aveva tirato fuori quello che era stato un esperimento continuativo per tutto il viaggio verso e dalla luna. Negli ultimi tempi si era occupato a tempo perso di esperimenti sulla consapevolezza e sulla percezione extrasensoriale, studiando il lavoro del dottor Joseph B. Rhine, un biologo che aveva condotto molti esperimenti sulla natura extrasensoriale della consapevolezza umana. Due dei suoi amici più recenti erano dottori che stavano conducendo esperimenti credibili sulla natura della consapevolezza. Insieme avevano compreso come il viaggio di Ed sulla luna rappresentasse per loro un’opportunità unica, per testare se la telepatia umana potesse essere raggiunta a distanze più grandi di quelle in cui era stata raggiunta nel laboratorio del dottor Rhine. Questa era un’occasione che capita una sola volta nella vita per capire se questo tipo di comunicazioni potesse estendersi ben oltre qualsiasi distanza raggiungibile sulla terra. Quarantacinque minuti dopo l’inizio del periodo di sonno, come aveva fatto nei due giorni di viaggio verso la luna, Ed tirò fuori una piccola lampadina portatile e, sul foglio di carta del suo blocco, copiò dei numeri a caso, ognuno dei quali rappresentava uno dei famosi simboli di Zener, del dottor Rhine – quadrato, cerchio, croce, stella, e una coppia di linee ondulate. Si stava concentrando intensamente su questi, in maniera metodica, uno alla volta, cercando di “trasmettere” le sue scelte ai suoi colleghi a casa. Era talmente eccitato per l’esperimento che lo tenne per sé. Una volta aveva provato ad avere una discussione con Alan a proposito della natura della consapevolezza, ma non era realmente vicino al suo boss, e quello non era il tipo di questione che era accesa negli altri come lo era in lui. Alcuni degli astronauti avevano pensato a Dio mentre erano fuori nello spazio, e tutti, nell’intero programma spaziale, sapevano che stavano cercando qualcosa di nuovo riguardo al funzionamento dell’universo. Ma se Alan e Stu avessero saputo che lui stava cercando di trasmettere i suoi pensieri a delle persone sulla terra, avrebbero pensato a lui come a un tipo ancora più stravagante di quanto non pensassero già. Ed finì l’esperimento della notte e ne avrebbe fatto un altro la sera successiva. Ma dopo quello che gli era accaduto prima, non sembrava più necessario; ora aveva l’intima convinzione che fosse vero. Le menti umane erano connesse le une alle altre, proprio come erano connesse a tutto il resto, in questo universo, e su ogni altro universo. La sua facoltà intuitiva lo accettava, ma per lo scienziato che era in lui ciò non era abbastanza. Per i successivi 25 anni avrebbe cercato di spiegarsi cosa diavolo gli fosse successo quando era lì fuori. Edgar Mitchell tornò a casa felice. Nessun’altra esplorazione fisica sulla terra poteva essere in alcun modo paragonata con l’andare sulla luna. Entro i due anni successivi lasciò la N.A.S.A., quando gli ultimi tre voli lunari furono annullati per mancanza di fondi, e quello fu il momento in cui il vero viaggio incominciò. Esplorare lo spazio interiore si sarebbe dimostrato un viaggio infinitamente più lungo e più difficile che atterrare sulla luna o cercare il Cono Craterico. Il suo piccolo esperimento con le percezioni extrasensoriali aveva avuto successo, suggerendo che qualche tipo di comunicazione che sfidava ogni logica era accaduta. Ed non era stato in grado di effettuare tutti e sei gli esperimenti come pianificato, e ci volle un certo tempo per far corrispondere i quattro che era riuscito a fare, con le sei sessioni di ricezione che erano state condotte sulla terra. Ma quando i quattro insiemi di dati che Ed aveva accumulato durante il viaggio di nove giorni vennero finalmente uniti a quelli dei suoi sei colleghi sulla terra, si dimostrò che la corrispondenza era significativa con una probabilità su 3.000 che ciò fosse dovuto al caso2. Questi risultati erano in accordo con quelli di migliaia di esperimenti simili condotti sulla terra da Rhine e dai suoi colleghi nel corso degli anni. L’esperienza fulminante di Edgar Mitchell mentre era nello spazio aveva lasciato un gran numero d’incrinature nel suo sistema di credenze. Ma ciò che più infastidiva Ed, riguardo all’esperienza che aveva avuto nello spazio cosmico, era la corrente spiegazione scientifica della biologia e in maniera particolare della consapevolezza, che ora sembrava enormemente riduttiva. Nonostante quello che aveva imparato con la fisica quantistica a proposito della natura dell’universo durante i suoi anni al M.I.T., sembrava che la biologia fosse rimasta impantanata in una visione del mondo vecchia di quattrocento anni. Il modello biologico corrente sembrava essere ancora basato sulla visione newtoniana classica della materia e dell’energia, di corpi solidi e separati che si muovono in modo prevedibile in uno spazio vuoto, e sulla visione cartesiana del corpo come separato dall’anima, o mente. Niente in questo modello poteva riflettere in maniera accurata la vera complessità dell’essere umano, della sua relazione con il suo universo o, in modo ancora più particolare, della sua consapevolezza; gli esseri umani e le loro componenti venivano ancora trattati, a tutti gli effetti, come delle macchine. La maggior parte delle spiegazioni biologiche per i grandi misteri degli esseri viventi, cercano di comprendere il tutto suddividendolo in parti sempre più microscopiche. I corpi apparentemente prendono la forma che hanno a causa dell’imprinting genetico, della sintesi proteica e della cieca mutazione genetica. La consapevolezza risiede, stando ai neuroscienziati odierni, nella corteccia celebrale – ed è il risultato di una semplice miscela fra sostanze chimiche e cellule cerebrali. Le sostanze chimiche sarebbero anche responsabili per lo schermo che funziona nel nostro cervello, e per l’entità che osserva3. Conosciamo l’universo grazie alle complessità del nostro stesso apparato. La biologia moderna non crede in un mondo che sia fondamentalmente indivisibile. Nel suo studio della meccanica quantistica al M.I.T., Ed Mitchell aveva imparato che, a livello subatomico, la visione newtoniana o classica – per la quale tutto funziona in una maniera agevolmente prevedibile – era stata da molto tempo rimpiazzata dalle teorie quantistiche più disordinate e indeterminate, le quali suggeriscono che l’universo, e il modo in cui esso funziona, non sono proprio così ordinati come gli scienziati erano abituati a pensare. La materia, al suo livello più fondamentale, non può essere divisa in unità esistenti indipendentemente, e neanche può essere completamente descritta. Le particelle subatomiche non sono oggetti solidi come palle da biliardo, ma pacchetti vibranti e indeterminati di energia che non possono essere precisamente quantificati o compresi se presi in considerazione da soli. Piuttosto sono schizofrenici, comportandosi a volte come particelle – qualcosa di fisso e confinato in un piccolo spazio – e a volte come un’onda – qualcosa di vibrante e più diffuso che si estende in un’ampia regione di spazio e tempo – e altre volte contemporaneamente sia come onde che come particelle. Le particelle quantistiche sono anche onnipresenti. Per esempio, quando transitano da uno stato energetico a un altro stato energetico, gli elettroni saggiano tutte le nuove orbite possibili nello stesso momento, come un compratore di proprietà che cerca di vivere in ogni casa dell’isolato nello stesso istante, prima di scegliere finalmente in quale casa stabilirsi. E niente è certo. Non esistono posizioni definite, ma soltanto una probabilità per la quale un elettrone, per esempio, possa essere in un certo punto; nessun evento determinato, ma solo la probabilità che questo possa accadere. A questo livello della realtà niente è garantito; gli scienziati devono accontentarsi di essere capaci soltanto di puntare sulle probabilità. La cosa migliore che mai possa essere calcolata è la probabilità – la verosimiglianza che, una volta effettuata una certa misura, si ottenga un certo risultato secondo una certa percentuale. Le relazioni di causa ed effetto non sono più mantenute al livello subatomico. Atomi che sembrano stabili potrebbero all’improvviso, senza nessuna causa apparente, fare esperienza di una qualche disgregazione interna; gli elettroni potrebbero, per nessuna ragione, decidere di transitare da uno stato di energia a un altro. Quando si scruta la materia sempre da più vicino, questa non è neanche più materia: non esiste neanche una singola cosa solida che si possa toccare o descrivere, ma una schiera di personificazioni provvisorie, le quali si mettono tutte in mostra nello stesso momento. Piuttosto che un universo basato su una statica sicurezza, il mondo e le sue relazioni, al livello più fondamentale della materia, sono incerti e imprevedibili, uno stato di puro potenziale, di infinite possibilità. Gli scienziati ammettevano effettivamente l’esistenza di una concatenazione universale nell’universo, ma soltanto nel mondo quantistico: il che vuol dire il regno dell’inanimato e del non vivente. La fisica quantistica ha scoperto una strana proprietà nel mondo subatomico, chiamata “non-località”. Questa si riferisce all’abilità di un’entità quantistica, come un elettrone individuale, di influenzare un’altra particella quantistica istantaneamente oltre qualsiasi distanza, nonostante la mancanza di qualsiasi scambio di forza o di energia. La fisica quantistica ha suggerito che le particelle quantistiche, una volta in contatto, mantengono una connessione anche quando separate, in modo che le azioni di una influenzeranno sempre l’altra, non importa quanto lontano siano l’una dall’altra. Albert Einstein aveva screditato questa “sinistra azione a distanza” che è anche una delle ragioni principali per cui diffidava della meccanica quantistica, ma questa è stata verificata in maniera definitiva da diversi scienziati a partire dal 19824. La non-località ha frantumato le vere fondamenta della fisica. La materia non può più essere considerata separata. Le azioni non devono avere una causa osservabile su uno spazio osservabile. L’assioma più fondamentale di Einstein non è corretto: a un certo livello della materia le cose possono viaggiare più veloci della velocità della luce. Le particelle subatomiche non hanno significato in isolamento, ma possono essere capite solo nelle loro relazioni. Il mondo, al suo livello più fondamentale, esiste come una ragnatela complessa di relazioni interdipendenti, per sempre indivisibili. Forse l’ingrediente più essenziale di questo universo interconnesso è la consapevolezza che l’osserva. Nella fisica classica lo sperimentatore viene considerato un’entità separata, un muto osservatore dietro il vetro, che cerca di capire un universo che va avanti, sia che lui lo osservi o meno. Tuttavia, come è stato scoperto con la fisica quantistica, lo stato di tutte le possibilità di una particella quantistica collassa in un’entità stabilita non appena la particella viene osservata o misurata. Per spiegare questi strani eventi, i fisici quantistici hanno postulato che una relazione partecipativa esista fra l’osservatore e l’osservato – queste particelle possono essere considerate come esistenti in uno spazio e in un tempo solo “probabilmente”, fino a quando vengono “perturbate”, e l’atto di osservarle o misurarle le forza in uno stato determinato – un’azione simile al solidificare una gelatina. Questa riflessione sbalorditiva ha anche implicazioni straordinarie riguardo la natura della realtà. Indica che la consapevolezza dell’osservatore dà vita all’oggetto osservato. In ogni minuto di ogni giorno noi stiamo creando il nostro mondo. Per Ed era un paradosso centrale il fatto che i fisici volessero farci credere che i bastoni e le pietre avessero un insieme di leggi fisiche diverso da quello delle particelle atomiche al loro interno; che ci dovrebbe essere una legge per il minuscolo e un’altra per il grande, una per le cose viventi, un’altra per la materia inerte. Le leggi classiche sono senza dubbio utili per le proprietà fondamentali del moto, per descrivere come i nostri scheletri ci sorreggono o come i nostri polmoni respirano, come i nostri cuori pompano, come i nostri muscoli trasportano pesi. E molti dei processi basilari del corpo – il mangiare, la digestione, il sonno, la funzione sessuale – sono governati in verità da leggi fisiche. Ma la fisica classica o la biologia non possono spiegare questioni talmente fondamentali quali, prima di tutto, come facciamo a pensare; perché le cellule si organizzano nel modo in cui si organizzano; come riescono, nella maggior parte dei processi molecolari, a procedere in maniera praticamente istantanea; perché le braccia si sviluppano come braccia, e le gambe come gambe, anche se hanno gli stessi geni e le stesse proteine; come ci ammaliamo di cancro; come fa, questa macchina che abbiamo, a curare meravigliosamente se stessa; e anche cos’è il sapere – come facciamo a sapere quello che sappiamo. Gli scienziati potevano anche capire in grande dettaglio le viti, i bulloni, le giunture e i diversi ingranaggi, ma non capivano nulla riguardo la forza che alimenta il motore. Potevano medicare i più piccoli meccanismi del corpo, eppure apparivano ignoranti a proposito dei misteri più fondamentali della vita. Se fosse vero che le leggi della meccanica quantistica si applicano anche al mondo in generale, e non soltanto al mondo subatomico, alla biologia, e non soltanto al mondo della materia inerte, allora l’intero paradigma della scienza biologica sarebbe invalidato o incompleto. Proprio come le teorie di Newton finalmente sono state migliorate dai teorici quantistici, forse anche Heisenberg ed Einstein sono in errore, o per lo meno hanno ragione solo parzialmente. Se le teorie quantistiche fossero applicate alla biologia in una scala più larga, saremmo considerati più come una complessa rete di campi energetici aventi un qualche tipo d’interazione dinamica con i nostri organismi chimici e cellulari. L’universo esisterebbe come una matrice di interrelazioni indivisibili, proprio come Ed ha sperimentato nello spazio cosmico. Ciò che manca in maniera evidente nella biologia ordinaria è una spiegazione per il principio ordinatore – per la consapevolezza umana. Ed iniziò a divorare libri riguardanti le esperienze religiose, il pensiero orientale, e la poca chiarezza scientifica che esiste sulla natura della consapevolezza. Avviò i primi studi con diversi scienziati di Stanford; fondò l’Istituto di Scienze Noetiche, un’organizzazione senza scopo di lucro il cui ruolo era di finanziare questo tipo di ricerca; iniziò ad accumulare studi scientifici sulla consapevolezza in un libro. Di lì a poco questo divenne tutto ciò a cui poteva pensare e di cui poteva parlare, e quella che si era trasformata in un’ossessione demolì il suo matrimonio. L’opera di Edgar forse non ha acceso un fuoco rivoluzionario, ma l’ha certamente alimentato. In tutto il mondo stavano crescendo, in prestigiose Università, minuscole sacche di silenziosa rivoluzione contro la visione mondiale di Newton e Darwin, contro il dualismo nella fisica e la visione corrente della percezione umana. Durante la sua ricerca, Ed incominciò a prendere contatto con scienziati dalle credenziali impressionanti in molte delle più grandi e rispettabili università – Yale, Stanford, Berkeley, Princeton, l’Università d’Edimburgo. Questi scienziati stavano arrivando a scoperte che non si armonizzavano affatto con la visione normalmente accettata. A differenza di Edgar, questi scienziati non avevano vissuto un momento illuminante per arrivare a una nuova visione del mondo. Era semplicemente accaduto che nel corso dei loro studi si erano imbattuti in risultati scientifici che non si adattavano alla teoria scientifica consolidata, e per quanto cercassero di farli rientrare in essa – e in molti casi questi scienziati desideravano, e in verità volevano fortemente che i risultati scientifici vi si adattassero – questi resistevano ostinatamente. La gran parte di questi scienziati erano arrivati alle loro conclusioni in maniera accidentale, e, come se fossero scesi alla stazione ferroviaria sbagliata, una volta lì, avevano capito che non c’era altra possibilità se non quella di andare a esplorare il nuovo terreno. Essere un vero esploratore vuol dire continuare la propria esplorazione, anche se porta in luoghi nei quali non si aveva effettivamente programmato di andare. La qualità più importante di tutti questi ricercatori era una semplice volontà di sospendere l’incredulità, e rimanere aperti alla vera scoperta, anche se ciò voleva dire sfidare l’ordine esistente delle cose, alienandosi dai colleghi o esponendosi alla censura e alla rovina professionale. Essere un rivoluzionario nella scienza di oggi vuol dire scherzare con il suicidio professionale. Anche se il campo della scienza dà l’impressione di incoraggiare la libertà sperimentale, l’intera struttura della scienza, con il suo sistema di sovvenzioni altamente competitivo, accoppiato con le pubblicazioni e il sistema di revisione da parte dei colleghi, dipende ampiamente dal fatto che gli individui si conformino alla visione scientifica accettata del mondo. Il sistema tende a incoraggiare i professionisti a eseguire esperimenti il cui scopo sia principalmente quello di confermare la visione delle cose esistente, o di sviluppare ulteriormente la tecnologia per l’industria, piuttosto che essere di servizio alla vera innovazione5. Tutti quelli che stavano lavorando su questi esperimenti avevano la sensazione di essere sull’orlo di qualcosa che avrebbe trasformato tutto ciò che conosciamo a proposito della realtà e degli esseri umani. Tuttavia, a quell’epoca, questi erano semplicemente degli scienziati di frontiera che si stavano muovendo senza una bussola. Alcuni scienziati, lavorando in maniera indipendente, trovavano un singolo pezzo del puzzle ma avevano paura di scambiarsi le impressioni. Non esisteva un linguaggio comune, perché quello che stavano scoprendo sembrava sfuggire al linguaggio comune. Ciononostante, quando Mitchell si è messo in contatto con loro, il loro lavoro separato ha iniziato ad amalgamarsi in una teoria alternativa dell’evoluzione, della consapevolezza umana, e delle dinamiche di tutte le cose viventi. Questo offre la migliore prospettiva per una visione unificata del mondo, basata sulla reale sperimentazione e sulle equazioni matematiche, e non semplicemente sulla teoria. Il ruolo più importante di Ed è stato quello di fare presentazioni, finanziare alcune delle ricerche e, attraverso la sua disponibilità a usare la sua celebrità come eroe nazionale, rendere questa opera pubblica, convincendo gli scienziati che non erano soli. Tutto il lavoro stava convergendo verso un singolo punto – ovvero che il sé ha un campo di influenza sul mondo e viceversa. C’è un altro punto di comune accordo: tutti gli esperimenti che sono stati portati a termine piantano un palo proprio nel cuore della teoria scientifica esistente.


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