dalla PREFAZIONE
di Otis Brown autore del libro "How to avoid Nearsightness" (www.myopiafree.com)
Ho spesso sentito la parola, “provalo”. Dal momento che l’argomento non è mai stato descritto, ne consegue che nessuno lo abbia potuto “provare”. Tuttavia David De Angelis lo ha finalmente provato, che è possibile potenziare e migliorare la propria visione a distanza. La descrizione fatta da David è accurata, e l’impegno al quale si è sottoposto suggerisce che anche il tuo impegno personale può produrre risultati di successo. Sarai sorpreso di sapere che una certa percentuale di optometristi ha lo stesso giudizio sull’argomento, ma essi dicono che non possono mantenere molte persone motivate al fine di eseguire correttamente il lavoro di rieducazione visiva richiesto.
Il dott. Jacob Raphaelson ha, tempo addietro, identificato questo problema. Il pubblico vuole che la sua visione a distanza sia resa nitida all’istante, e si aspetta questo da tutti gli optometristi. Qualsiasi cosa al di là di quel punto sarà rigettato dal pubblico, a meno che essi siano molto intelligenti e personalmente motivati riguardo questa difficile situazione. È molto chiaro che la persona che desideri prevenire il problema debba avere una forte motivazione ed il supporto degli optometristi sensibili al problema. Ma la soluzione deve partire dalla propria forza di volontà.
Quali sono le difficoltà del recupero da una vista difettosa?
De Angelis e gli optometristi orientati alla prevenzione sono chiari su questo punto. Il pubblico richiede risultati immediati e non ascolta spiegazioni. Molte persone potrebbero cessare l’impegno negli esercizi al minimo problema, o qualora qualche altro oculista o optometrista usi “tattiche di terrore” verso di essi. Nel caso in cui questo accadesse, essi interromperebbero ogni impegno e criticherebbero gli optometristi per qualsiasi cosa potrebbe accadere ai loro occhi. Per questa ragione c’è uno scarso incentivo per gli optometristi nel tentativo di aiutare il pubblico. Per questo motivo nelle professioni mediche si è del parere di non avere scelta eccetto quella di prescrivere ai pazienti miopi, lenti negative (salvo poche eccezioni).
Questa è una cosa tragica in quanto una grande quantità di dati scientifici ci dicono obiettivamente che qualora l’occhio venga posto in un ambiente “confinato”, la sua capacità rifrattiva si muove sempre in direzione negativa, verso la miopia. La scienza presta attenzione ad eseguire misurazioni oggettive. La maggior parte degli optometristi presta attenzione a fare ciò che compiace il pubblico istantaneamente.
Sfortunatamente questa situazione continua da un grande numero di anni. La teoria dell’occhio è iniziata in questa maniera: 1. I produttori di lenti riscontrarono che una lente positiva poteva rendere a fuoco la vista da vicino, una volta raggiunta una certa età avanzata. 2. Riscontrarono inoltre che le persone giovani con un grado leggero di sfuocatura nelle lunghe distanze, potevano istantaneamente mettere a fuoco su quelle distanze mediante l’utilizzo di lenti negative. La teoria sull’utilizzo delle lenti sul pubblico è basata soprattutto sul capire prima i concetti sopra elencati riguardo alla responsabilità e all’importanza di agire direttamente. Pochi miglioramenti sono stati fatti su questo concetto dell’occhio.
Intorno al 1600 Johan Keplero (astronomo) iniziò a sviluppare una teoria puramente rifrattiva dell’occhio. Questo fu un buon lavoro ma si assumeva che l’occhio potesse essere “congelato” ed eseguire le misurazioni basandosi sul concetto di macchina fotografica a fuoco fisso. Questa idea non ha mai tentato di analizzare il comportamento dinamico dell’occhio, ma solo le proprietà rifrattive di un ipotetico occhio congelato. Questa analisi, questo approccio erano allora plausibili. In questo modo il concetto che l’occhio vivente non può essere paragonato ad un occhio congelato, venne dimenticato. Per questo motivo la teoria “dell’occhio congelato” venne accettata come teoria medica, e a qualsiasi persona che sfidava il concetto dei cattivi risultati del punto due, gli veniva detto che la teoria di Keplero era “provata” e che l’occhio può essere paragonato ad una fotocamera a scatola fissa.
La teoria di Keplero venne ulteriormente rifinita e ripubblicata nel 1858 da due oftalmologi, il dott. Donders ed il dott. Helmotz. Essi accettarono il concetto di Keplero riguardante l’occhio-congelato, ed aggiunsero ulteriori affermazioni. 1. Essi affermarono che uno stato focale uguale a zero poteva essere considerato normale. Donders inventò la parola “emmetropia” per descrivere questa idealizzazione di occhio “congelato”. 2. Essi assunsero che ogni stato focale che fosse differente dallo zero esatto doveva essere un difetto, o un “errore di rifrazione”. Essi inventarono la parola “ametropia” per descrivere entrambi gli stati focali positivi e negativi di tutti gli occhi normali. A questo punto non mi fraintendete. A quel tempo ci furono grandi uomini della medicina. Ma con l’accademica convinzione di Keplero che si potesse “congelare” un occhio ed eseguire un’analisi puramente rifrattiva. Essi affermarono anche che si poteva tradurre un particolare stato focale in dimensioni assolute (esempio: essi assunsero che se un occhio ha uno stato focale zero, deve avere una lunghezza focale di 24,38 mm. Nei fatti non è mai stata stabilita alcuna relazione).
Facendo questo, essi pensarono di aver provato la teoria di Keplero che l’occhio è “troppo lungo”, sebbene l’occhio non abbia un negativo non desiderato stato di messa a fuoco. Questa teoria dell’occhio come una macchina fotografica ha reso più sistematico l’utilizzo delle lenti positive o negative, sebbene richieda che si creda che l’occhio sia difettoso qualora abbia uno stato focale negativo o positivo (ad esempio: se i tuoi occhi hanno uno stato focale che non è zero, stai soffrendo di “stress e rigidità”, poiché l’occhio è troppo lungo o troppo corto. Il ragionamento qui è vizioso, perché non è provato che uno stato focale uguale a zero corrisponda ad una esatta lunghezza. Rappresenta solo una assunzione che si possano convertire misurazioni relative in dimensioni assolute).
In ogni caso, questa teoria rende tutti gli occhi difettosi per definizione, una tesi di dubbia validità. Perché dovremmo obiettare la teoria di Keplero, che è diventata una teoria comune? Come teoria che permette una analisi rifrattiva di un occhio idealizzato risulta eccellente. Come teoria dell’occhio che riproduce il movimento istantaneo ed il cambiamento dello stato focale dell’occhio, non risulta accurata. La teoria puramente refrattiva di Keplero era corretta, ma le assunzioni racchiuse nella susseguente teoria (Donders-Helmotz) non sono accurate e corrette.
Alla luce dei dati sperimentali sviluppati negli ultimi 50 anni, dovremmo iniziare a sviluppare un miglior modello concettuale del comportamento dinamico dell’occhio. I fatti sperimentali dimostrano che tutti gli occhi cambiano il loro stato focale di pari passo con il cambiamento dell’ambiente visivo. Con riferimento ai fatti, l’occhio risulta essere una ben progettata fotocamera con sistema di autofocus (ad esempio è possibile rendere TUTTI gli occhi miopi forzandoli ad indossare lenti negative). Il tipo di dati necessari per dimostrare questa verità non erano disponibili nel 1860.
Per questo motivo la concezione originale dovrebbe essere sottoposta ad una revisione che tenga conto di questi fatti recentemente assunti a livello scientifico. Le ragioni operative per l’utilizzo di lenti positive e negative non sono cambiate dal momento della loro originaria concezione, 400 anni fa. Perciò, nella mia modesta opinione, la teoria dell’occhio è guidata dal vantaggio e non da fatti scientifici e oggettivi. La scienza è basata su fatti oggettivi. Dovremmo essere abili a riconoscere che c’è un problema nell’ampliare la teoria di Keplero oltre il suo intento originario. Egli ha fatto una eccellente analisi refrattiva. Non intendeva che si credesse che tutti gli occhi fossero paragonabili ad una fotocamera a scatola rigida e che fossero difettosi poiché hanno uno stato focale diverso dallo zero.
Noi suggeriamo che l’occhio sia paragonabile invece ad una fotocamera con autofocus e che, per questa ragione, gli occhi cambino il loro stato focale (che si può misurare), con il variare dell’ambiente visivo (il quale può essere controllato). Questo significa che l’occhio, per sua natura, può avere entrambi gli stati focali negativo e positivo, e non essere difettoso. La misurazione dello stato focale degli occhi è direttamente dipendente dal grado di accomodazione, in diottrie. E’ ovvio che se ci si sottopone a lunghe ore di lavoro a corte distanze, gli occhi sviluppano uno stato focale negativo (diventando miopi): questa è una cosa perfettamente normale per un sistema tipo fotocamera con autofocus, come quella proposta alla luce delle più recenti sperimentazioni scientifiche sugli effetti del defocus retinico sulla capacità rifrattiva dell’occhio.
La teoria di Helmoltz-Donders e le loro assunzioni non sono mai state oggettivamente testate, come già affermato dal dott. William H. Bates. Questo significa che l’immagine dell’occhio come una fotocamera a fuoco fisso è nel migliore dei casi erronea. Nel peggiore dei casi ci rende invece ciechi su un metodo potenziale di prevenire lo sviluppo della miopia mediante l’aggressivo utilizzo di lenti positive. Diogene ha cercato in tutto il mondo un uomo onesto: noi continuiamo la nostra ricerca delle risposte che sono per te importanti. A tale scopo poniamo domande scientifiche e i dati sperimentali che ti aiuteranno a riflettere e ad attraversare i limiti.
Come vedi noi stiamo considerando alcune possibilità decisamente diverse sull’accomodazione e sul vero comportamento a lungo termine dell’occhio. Io credo che se noi arriviamo con te, lettore, ad una migliore conoscenza del vero comportamento a lungo termine del sistema visivo, sarai maggiormente in grado di prevenire i cambiamenti rifrattivi negativi che noi chiamiamo miopia.
Otis Brown